in copertina opera di Annetta – www.annettart.it/
Lucciole
Ci sono dei momenti colmi di magia nella vita di ognuno di noi. Non serve riconoscerli, non serve sapere cosa sta accadendo, rimarranno per sempre lì, racchiusi per l’eternità nella nostra memoria.
Scesi veloce i gradini, sentendo mio fratello urlare in cortile.
“Guarda, guarda!” Continuava a dire senza sosta, indicando un mare di lucciole sull’asfalto di fronte al cancello d’ingresso al giardino di casa.
Con una certa fatica aprimmo il battente di ferro, per uscire e godere di quello spettacolo da più vicino.
L’aria d’estate era fresca e trasportava con sé il suono delle rane che gracchiavano come in un concerto sinfonico dal canale poco distante. La sera avvolgeva con dolcezza tutto, con un’oscurità non tetra, ma accogliente e materna rischiarata solo dalla luna e dalle lucciole.
“Cosa sono?” Mi chiese mio fratello più piccolo.
“Sono lucciole, si illuminano al buio” spiegai con meno parole possibili, come se potessero disturbare quel momento.
“Wow” disse lui guardando estasiato quello spettacolo.
Sollevai gli occhi al cielo e vidi la volta celeste, limpida, ricolma di stelle, altre lucciole, ugualmente distanti e indisturbate.
Mio fratello invece si abbassò a guardare gli insetti più da vicino. Mi aspettavo che questi sarebbero volati via, spaventati da quel colosso, ma così non fu. Le lucciole erano lì, placide e serene, come se nulla fosse.
“Che strano…” le parole che volevo dire si spensero in gola. Sollevando lo sguardo sulla strada notai una sagoma nera stagliarsi fra gli insetti, immobile come loro.
L’oscurità non mi permetteva di riconoscerlo, né di capire se fosse girato di spalle o se mi stesse fissando come io facevo con lui.
“Forse è meglio se rientriamo” sussurrai a mio fratello, cercando di non farmi sentire. Lui mi ignorò, come se non mi avesse sentito, ma non fu lo stesso per quella figura.
L’uomo, o qualunque cosa fosse, udendo quelle parole, fece un passo avanti, solo uno.
Anche in quel caso gli insetti rimasero indifferenti sul suolo, spostandosi leggermente per accogliere il piede della figura, muovendosi come un liquido attorno alla sua suola.
“Dobbiamo rientrare!” Questa volta cercai di essere più deciso nelle mie parole, cercando di far pesare i miei anni di età in più, come se il tempo fosse una misura oggettiva dell’esperienza.
“Uffa, ma perché?” Mio fratello, ancora in ginocchio ad osservare i piccoli insetti, si voltò verso di me, mostrandomi il viso rischiarato da quella flebile luce verde.
“C’è qualcuno lì” tornai ancora a sussurrare, mentre con un cenno del mento indicai la figura poco distante, ancora immobile tra le lucciole.
Lui aggrottò le sopracciglia e si alzò in piedi, strofinandosi le mani sui pantaloni, come un uomo che aveva appena terminato un faticoso lavoro nei campi. Rimase qualche secondo in piedi e scrutò la strada di fronte a sé. Sembrava un pirata sull’albero maestro della nave che guarda l’orizzonte e, quasi avesse avvistato della terra in mezzo al mare, alzò una mano e salutò la figura.
“Ah, ma è l’uomo delle stelle” disse quasi con indifferenza e tornò a guardare le sue lucciole.
Uomo delle stelle? Ma di cosa parla? E perché lo saluta? Perché era lì? La mia prima reazione fu di completa confusione. Ad ogni domanda che mi ponevo indietreggiavo di un passo, ma mi fermai subito. Mi accorsi che quella figura si muoveva con me. Un mio passo indietro, un suo passo in avanti.
“Andiamo!” Questa volta urlai, non avevo alcuna paura di essere sentito o di spaventare mio fratello, volevo solo tornare in casa.
“Ma che succede?” Lui si alzò guardandomi, mentre dietro di lui, a pochi passi si stagliava la figura, immobile, nera.
“Vieni via! Subito!”
Forse questa volta lo spaventai abbastanza da farlo camminare verso di me a passo svelto. Mi aspettavo che quell’ombra lo seguisse, tentando di prenderlo, ma no, rimase lì.
“Che ti prende?” Domandò ancora mio fratello, mentre io gli afferrai un polso.
Furono pochi secondi: lo trascinai dentro al cancello del giardino, e poi lungo il vialetto, mentre lui continuava a fare domande e a protestare. Arrivati alla porta, rimasta socchiusa, lo buttai dentro casa e la chiusi dietro di me con un forte rumore.
“Ehi, ma che succede?” La voce di mia madre giunse dalla cucina e lì si fiondò mio fratello, ma non io.
Corsi affannato su per le scale di fronte all’ingresso e raggiunsi camera mia. Chiusi la porta, sbattendo anche questa e mi infilai sotto le coperte del letto.
“Qui non viene nessuno, qui sei al sicuro. Qui non viene nessuno, qui sei al sicuro” continuai a ripetere questa frase per qualche secondo. Il mio cuore batteva all’impazzata, mentre la mia mente era completamente confusa da quello che stava accadendo.
Ci volle quasi un minuto per far rallentare il mio respiro e quando finalmente mi calmai, ascoltai il silenzio, che durò poco.
Boom boom boom.
Qualcuno bussava alla porta d’ingresso di casa. Era lui, lo sapevo.
“Arrivo!”
Sentii la voce di mia madre rispondere e i suoi passi verso la porta.
Cosa dovevo fare? Nella mia mente iniziarono a dipingersi scene di orrore e strazio. Ognuno di noi ucciso, prima mia madre con un colpo preciso al petto, poi mio fratello raccolto e lanciato contro un muro come un sacco di farina e infine io…
Il suono della porta che si richiuse bloccò i miei pensieri funesti. Nessun urlo, nessun lamento, solo silenzio, come c’era fino a pochi secondi prima.
Poco dopo sentii dei passi sulle scale. Quando vivi con tante persone per gran parte della tua vita impari a riconoscere i suoni, erano quelli di mia madre: un po’ trascinati, lenti, con un suono ovattato. Potevo però esserne certo?
La porta della mia stanza si aprì e sentii: “Ma? Che ci fai sotto le coperte?”
Mia madre tirò via la mia armatura, scoprendomi nascosto con le ginocchia al petto.
“Va tutto bene?” Mi chiese con un’espressione stranita, non diversa da quella di mio fratello pochi minuti prima.
Non risposi, non sapevo rispondere. Fu dunque lei a parlare.
“Tieni” mi porse qualcosa sul palmo della mano.
Alzai leggermente la testa e, allungando il collo, guardai attonito l’oggetto che manteneva.
“Un signore ha detto che ti ha visto perderla e te l’ha riportata, facci attenzione.”
Aprii la mano e mia madre ci depose una penna. Era verde, con una piccola freccia argentata come clip e una frase incisa: “Non smettere mai.”
