Individuo
“Ti manca vero?”
L’uomo guardava in silenzio il tetro cielo nero, speranzoso di scorgere la flebile luce di una stella, anche solo una. Non rispose alla domanda della donna che si avvicinò e appoggiò, come lui, le braccia alla ringhiera che dava sul mare.
“Non c’è vergogna nel parlarne” aggiunse l’altra, alzando anche lei lo sguardo al cielo.
“Non è vergogna, Antesia” l’uomo si guardò le mani come se non fossero le sue. Quelle dita, quei calli, quelle linee che segnavano ogni momento della sua vita, non le riconosceva.
“Allora cos’è? Sono settimane che non parli, non compili un report, non esci con gli altri la sera…” Antesia lo fissò con i suoi occhi profondi, in cui si riflettevano le luci di quella città ingorda, che aveva mangiato ogni loro speranza.
“Sono stanco, Ante, solo stanco.”
Antesia non rispose e rimase in silenzio, soppesando quelle parole così semplici, eppure sempre difficili da digerire. Guardò la schiena dell’altro piegata per la fatica, mentre in lontananza altre persone percorrevano quel viale alberato che dava sul mare.
“E poi quest’aria, è tutto così dannatamente umido” aggiunse ancora l’uomo, facendo sorridere l’altra e allentando la tensione del momento.
“Dai, il mare non è così male” disse lei osservando la distesa placida che si infrangeva sugli scogli.
“Il mare…” ripeté l’altro, quasi imitando il suono della risacca, l’unico oltre le loro parole e le lontane urla della città.
“Che te ne fai del mare, quando non puoi nuotare?” Lui la guardò serio per alcuni secondi, poi si voltò e appoggiò i gomiti sulla ringhiera fissando le luci tra gli alberi. I fasci di luce gialla illuminavano un viso spigoloso, duro, occhiaie ampie, la barba sfatta e i capelli corti tagliati in modo disordinato.
“Tra pochi giorni saranno trecento giorni da quando siamo qui, Antioca” la donna lo disse senza voltarsi, continuava a rimanere immobile sulla ringhiera, dandogli le spalle.
“Li hai davvero contati?”
“Sì, perché no?”
“Non lo so… Credo mi dia ansia l’idea di essere bloccati qui da così tanto tempo.”
Antesia si girò e infilò una mano in tasca. Il suo volto era ugualmente affaticato, le occhiaie lunghe dal poco sonno, i capelli lunghi e scuri legati stretti, le labbra screpolate.
Dalla tasca tirò fuori una foglia verde, semplice, liscia e la mostrò ad Antioca. “Ricordati per cosa lo facciamo. Non ci è rimasto altro che questo, solo una foglia, solo noi stessi ed è tutto ciò che abbiamo, Anti.”
La foglia era immobile nel palmo di Antesia, ma dopo pochi istanti iniziò a vibrare e delle flebili radici trasparenti si allungarono dal suo picciolo, abbracciando la mano della donna. Antioca sorrise come quella prima volta che era sbocciato alla luce della sua stella.
Capitolo 2
“E ora passiamo alla politica. Il Governo si è oggi riunito per rinnovare i fondi destinati al Centro per le Esplorazioni, mentre l’opposizione invoca controlli più attenti e una riduzione delle risorse sprecate. Vediamo il servizio.”
La voce del televisore era distante, come da un altro mondo. Antioca era seduto in silenzio in un angolo del locale e fissava la superficie rossa del suo tavolo su cui spiccavano una serie di fogli bianchi. Li aveva portati con sé nella pausa pranzo, doveva lavorarci e recuperare le ore perse, ma non era riuscito a fare nulla.
La mente continuava a non cooperare, non riusciva più a resistere in quella situazione. Numeri, fogli, dati, progetti, quantità, proiezioni, formule, previsioni… “Basta!” Urlò portandosi le mani alle orecchie.
Nel locale tutti si girarono verso di lui. Era convinto di non aver aperto bocca e che il disperato grido fosse esploso solo nella sua mente, ma non era affatto così.
Si scusò sollevando una mano e sorrise debolmente, tornando a fissare il tavolo.
Trascinò uno dei fogli vicino a lui, era uno schema, il disegno di un motore, ma non riusciva a comprenderlo ancora perfettamente. “Perché è tutto così complesso…”
In sottofondo udì la campanella della porta del locale. Un altro cliente entrò e iniziò a percorrere il lungo corridoio di tavoli che davano sulle finestre. Antioca non ci fece caso, ma dovette cambiare idea quando un’ombra apparì nella sua vista periferica.
Sollevò lo sguardo e vide una donna, non la conosceva, non sapeva chi fosse.
“Salve, è il signor Erich Wasmann?” La donna era vestita in modo elegante con un tailleur nero, una camicia bianca e una cravatta anch’essa nera. Stringeva una cartelletta beige, che sembrava piena di fogli e documenti.
Antioca strinse gli occhi, cercando di riconoscere dei tratti in quel viso dagli occhi allungati nascosti dietro degli occhiali tondi e dai capelli neri come la pece. “Sì, sono… io” disse frettolosamente, raccogliendo i vari fogli sul tavolo e mettendoli nella sua valigetta.
“Mi perdoni il disturbo, sono Barbara Messor dal Centro per le Esplorazioni, posso sedermi signor Wasmann?”
Antioca annuì e accennò alla sedia di fronte con una mano.
“Mi perdoni ancora per il disturbo in pausa pranzo, ma voi esploratori siete proprio introvabili” la donna rise di gusto e l’uomo si sforzò di sorridere.
“Come mai mi cercava, signora Messor?” Antioca balbettò debolmente la domanda, tradendo un certo nervosismo.
La donna si mise a sedere e apri la cartelletta con gesti lenti. Ne tirò fuori un fascicolo tenuto insieme da un punto di spillatrice nell’angolo a sinistra e lo pose di fronte a sé. “La cercavo perché sicuramente ricorderà la sua ultima esplorazione verso il pianeta… A441-C.”
“Si certo, lo ricordo” l’uomo appoggiò la schiena contro lo schienale imbottito della sedia, come per cercare di calmarsi, anche se le braccia conserte nella camicia grigia comunicavano altro.
“Ottimo, al riguardo il team di supervisione dei dati ha riportato delle incongruenze tra le sue dichiarazioni, fatte dopo il ritorno dalla missione, e quelle della sua collega… La signora Latreille, Jane Latreille, corretto?”
“Sì, Jane era la mia collega in quel viaggio verso il pianeta da lei indicato” Antioca si irrigidì sentendo il nome di Antesia, come se qualcosa lo avesse colpito e pungolato.
“Ottimo, malauguratamente questo ci costringe ad un’altra serie di colloqui da ripetere il prima possibile. Sa com’è questa burocrazia, signor Wasmann, deve essere tutto preciso” annunciò Barbara con un sorriso dispiaciuto.
Antioca spalancò gli occhi inorridito. “Ancora? Ma vi ho già detto tutto quanto, vi ho spiegato ogni dettaglio, ogni secondo, cosa potete voler sapere ancora?”
La donna annuì alle parole, per mostrargli la sua comprensione. “Capisco benissimo signore, ma deve capire che il nostro ente deve stare attento alle spese e se delle missioni finiscono in modo, mi permetta, confuso, dobbiamo approfondire e valutare anche i suoi impieghi futuri.”
Antioca rimase in silenzio come se dovesse assimilare quelle informazioni.
“Comunque, come le ho detto, si tratta di formalità. Probabilmente lei e la sua collega avete solo fatto dei piccoli errori nel riportare i dati sul pianeta che dovevate valutare e che avete classificato come inadatto alla vita.”
“Perché è così, non può più ospitare nessuna forma di vita” ribatté Antioca asciugandosi le mani sudate sul pantalone.
“Non può più?” Il sorriso perenne di Barbara Messor si era leggermente incrinato, svanendo in una smorfia di sospetto, un fugace momento che non sfuggì agli occhi dell’altro che rimase in silenzio.
La donna tornò a sorridere e ripose il fascicolo nella cartelletta con calma, mentre in sottofondo si sentivano gli altri clienti e le voci del personale del locale.
“Come vede, c’è sicuramente qualcosa che dobbiamo chiarire meglio. Se lei è disponibile, le chiedo cortesemente di seguirmi in ufficio, alla fine siamo nello stesso edificio… Ho chiesto ai suoi superiori e non ci sono problemi” si affrettò ad aggiungere Barbara per fermare ogni possibile protesta.
Capitolo 3
La stanza era anonima, spoglia come tutto in quell’edificio del Centro per le Esplorazioni. Un nome semplice che il genere umano aveva trovato per un corpo speciale di astronauti dedicati all’esplorazione dei pianeti potenzialmente abitabili.
Erich Wasmann e Jane Latreille ne facevano parte, Antioca e Antesia no.
Antioca sedeva su una sedia di metallo grigia, inchiodata al pavimento e di fronte a sé aveva un tavolo con la superficie di legno finto. Dall’altra parte c’era ancora Barbara Messor, questa volta meno sorridente e con molti più fascicoli di fronte a sé e un computer di lato. Alle sue spalle un paio di guardie armate e anche alcune telecamere a riprendere le varie angolazioni della stanza.
Erano passate circa tre ore dalla pausa pranzo e il sole invernale iniziava a scendere fuori da quella stanza, dove però il tempo sembrava sospeso, fermo sotto quelle luci al neon, per sempre.
“Signor Wassman lei sta ripetendo tutto quello che ha già detto in passato, il che è positivo” disse Barbara controllando sempre con attenzione i fogli di carta, che preferiva alla superficie dello schermo. “Tuttavia, questo non fa che sottolineare alcuni problemi di fondo con le dichiarazioni della sua collega Latreille e con la scatola nera.”
“La scatola nera?” Antioca ripeté quelle parole con sincera perplessità.
“Certo, la scatola nera della vostra nave…” Barbara era perplessa, le era parso dal tono che l’uomo non sapesse cosa fosse, ma non era possibile.
“La scatola nera ha registrato tutti i parametri del vostro viaggio fino al pianeta indicato e ci sono alcune cose che non tornano con il vostro racconto. Purtroppo non abbiamo ancora i dati audio, che registrano le vostre voci all’interno, tuttavia abbiamo vari parametri.”
Antioca sentì che quelle parole erano il suo termine ultime e se ne sentì sollevato, come se un peso fosse stato tolto dalle sue spalle.
Abbassò il capo e si infilò una mano in tasca. Sentì la superficie liscia della sua foglia tra le dita e sorrise sereno. Ripensò ad Antesia, alle sue parole, alla sua casa e a tutto quello che era successo da quel giorno in cui incontrarono gli umani.
“Tutto bene, signor Wassman?” Barbara lo guardò preoccupata. Sapeva che era stato perquisito e non aveva nessun tipo di arma o modo per fare qualcosa di pericoloso, tuttavia fece un gesto alle guardie, per farle avanzare.
Antioca sollevò lo sguardo sorridente. “Va tutto bene, Barbara, mi scusi, è solo una foglia” la mostrò facendola girare dal picciolo con due dita.
“Penso che mio figlio me l’abbia messa in tasca prima di uscire di casa, ormai lo fa da un po’, mi dice che così lo penso durante il giorno” detto ciò la infilò in bocca sotto lo sguardo interdetto dei presenti. “Molto buona.”
Barbara sorrise, quasi addolcita a quelle parole e invitò le guardie e indietreggiare di nuovo nei loro angoli. La donna riprese a parlare dei dati della scatola nera, mentre Antioca tornava finalmente alla sua essenza.
Sentì la foglia sminuzzarsi tra i suoi denti. Il suo sapore era acidulo, fresco, ne avrebbe volute molte di più, ma una sarebbe stata sufficiente. I minuscoli brandelli a contatto con il suo calore iniziarono a liberare decine, centinaia, migliaia di sottili radici. Fili che legavano Antioca ad Antesia e a chiunque altro fosse parte di quell’individuo.
“Signore…” Barbara alzò lo sguardo dai fogli che mostravano come la loro nave fosse scesa e rimasta sul pianeta per sei giorni terrestri. Vide il corpo dell’uomo sussultare, come in preda alle convulsioni, un ultimo disperato tentativo di fare coesistere le due forme di vita insieme.
Durò pochi secondi, Barbara si allontanò vicino alle guardie che gli fecero da scudo, sebbene non ci fosse nulla da cui dovesse essere protetta.
Il corpo di Erich Wassman si accasciò sulla sedia, senza vita, mentre Antioca sbocciò ancora una volta come aveva fatto centinaia di anni prima sul suo pianeta madre, in uno spettacolo di foglie, fiori e colori.
Capitolo 4
“Jane Latreille?”
Antesia era seduta alla sua scrivania, non si allontanava mai in pausa pranzo. Non le piaceva. Un uomo vestito di nero con la spilla che contraddistingueva gli Esploratori era appena apparso alla porta dell’ufficio.
“Sì, come posso aiutarla?”
“Sono Conrad Leiman, ci siamo addestrati insieme nell’accademia, si ricorda?” L’uomo sembrava avere qualche anno in meno di lei, ma era calvo e con una barba folta che gli aggiungeva anni in più.
“Sì certamente, Conrad, un piacere rivederla. Come mai qui?”
L’uomo fece qualche passo all’interno e si chiuse la porta alle spalle. “Mi hanno messo alle commissioni di controllo, uno schifo” sbuffò lui allargando le braccia.
“Ah capisco” Antesia aveva imparato l’organigramma di quel posto più volte, ma continuava a dimenticarlo.
“Un lavoro noioso, ma oggi mi hanno mandato qui purtroppo” Conrad sembrava sinceramente dispiaciuto.
“Come mai?”
“Riguarda la sua ultima missione di esplorazione, Jane, quella con Erich, ricorda?” Conrad si mise a sedere sbottonando la giacca, sebbene non invitato a farlo.
“Sì ricordo” Antesia aveva imparato anche l’educazione, non le era dispiaciuta quella fitta rete di piccole regole di comportamento, le ricordavano casa e vederla infranta non le piaceva.
“Pare che abbiate un po’ fatto confusione sui dati e ora la commissione vi invita a una nuova serie di colloqui per riparlarne” Conrad sorrise ignaro del fastidio che stava causando nell’altra.
Antesia strinse leggermente un pugno, ma poi con un sorriso chiese: “Certo, e quando è previsto il colloquio?”
Conrad si alzò in piedi più serio e la guardò. “Adesso, Jane, sono stato mandato per portarla negli uffici di sopra.”
La donna rimase immobile per un attimo. “Beh… sì… il tempo di inviare alcuni documenti…” balbettò incerta.
“No, signora, deve seguirmi.”
Antesia annuì e si alzò, senza prendere nulla dal suo ufficio. Seguì l’uomo fino agli ascensori, erano lenti e il percorso fino al piano più alto le avrebbe permesso di riflettere.
“Se la può consolare lo stesso trattamento è stato riservato a Erich, so che sono andati a prenderlo in pausa pranzo” Conrad sorrise con le mani strette dietro la schiena mentre fissava il numero salire sulla porta dell’ascensore.
“Sono andati a prenderlo…” sussurrò Antesia. La sua mano si infilò d’istinto nella tasca, sfiorando la superficie della foglia sentì che era calda, da qualche parte era già al lavoro, pronta a creare vita.
Sfilò la mano dalla tasca, lasciando la foglia al suo interno. Sapeva bene quali erano le istruzioni: in caso di scoperta dovevano terminare la vita del corpo ospite, non dovevano mettere a rischio l’individuo.
“Ma non c’è tempo” Antesia continuò a parlare da sola, mentre Conrad non le prestava particolare attenzione.
La sua mano andò ancora verso la foglia, conosceva gli ordini, voleva eseguirli, ma farlo voleva dire porre fine ad ogni speranza e non voleva farlo. Rivede nei suoi occhi i profondi oceani e la pace perpetua del suo pianeta, l’eterna perfezione che avevano creato rintanati nell’oscurità dello spazio, tutto ciò che avevano costruito destinato a perire da un momento all’altro.
Doveva ergersi ad individuo, prendere lei la decisione.
Quando arrivarono al piano, Antesia passò di fronte ad una porta sbarrata con un nastro giallo e nero con scritto “Non oltrepassare”. Capì che lì dentro c’era Antioca, bello come sempre era stato.
Conrad si fermò di fronte ad un altro ufficio degli interrogatori, e la fece entrare. Appena dentro Antesia venne subito fermata dalle guardie e bloccata contro il muro.
Barbara era in piedi in un angolo e dava gli ordini. “Svuotatele tutte le tasche e spogliatela, poi ammanettatela qui alla sedia, mani e gambe.”
Antesia non oppose nessuna resistenza e lasciò che i tre uomini, due guardie e Conrad, procedessero con le istruzioni. Presto si trovò completamente nuda, cosa che per lei non faceva alcuna differenza, ammanettata alla sedia fredda di metallo.
Barbara questa volta non aveva fogli, non aveva computer, solo sé stessa.
Si mise a sedere sulla sedia di fronte, si pulì gli occhiali con un piccolo pezzo di stoffa nascosto nella giacca e tornò a guardarla, come se quel gesto potesse mostrarle chi aveva davvero di fronte.
“Chi è lei?”
Antesia rimase in silenzio con lo sguardo basso.
“Il suo collega nell’altra stanza ci ha rivelato già tutto, quindi le conviene parlare, se vuole sopravvivere, altrimenti sarà arrestata e fatta sparire. Chi è lei?”
Antesia cercò i suoi vestiti sul pavimento e vide in un angolo gettata la sua foglia, l’ultima parte che le rimaneva, il suo ricordo. Inspirò profondamente e parlò.
“Non utilizziamo molto i nomi da dove vengo io, ma può chiamarmi Antesia.”
“Da dove viene… Antesia?”
“Voi lo chiamate pianeta A4-qualcosa, non ricordo.”
“E voi come lo chiamate?”
“Non lo chiamiamo, siamo noi stessi quel pianeta.”
Barbara sospirò e passò la lingua sulle labbra ormai secche dalla lunga giornata.
“Cosa è successo, Antesia, vorresti spiegarmelo?” Barbara strinse le mani sul tavolo, come se stesse pregando.
Antesia inspirò ancora profondamente, ma sentiva che le prossime parole non sarebbero state così semplici. Il suo respiro si fece più veloce, come se stesse correndo e avesse il fiatone. I polmoni iniziarono a bruciare, il cuore a battere velocemente e il peso troppo grande da spostare.
“Abbiamo bisogno di aiuto” disse con voce flebile, rotta dalla fatica appena compiuta. Si piegò per quanto le permettevano le manette, ansimando con forza e guardando con gli occhi colmi di lacrime la foglia lontana da lei.
Rebecca non sembrò curarsene. “Bisogno di aiuto per cosa?”
Antesia tenne il capo piegato, vedeva il suo pianeta madre sulla sua carne, sentiva ancora il piacere del silenzio oceanico, la distanza della morte, l’assenza di una fine che si erano artificialmente creati. Ma ora era tutto caduto, la loro fine non era più impossibile, la morte ormai dimenticata era tornata.
“Dobbiamo andare via” Antesia continuava a singhiozzare piegata, le lacrime cadevano sulle gambe nude, mentre fissava la sua foglia.
“Andare via da dove?”
“Da A441-C”.
Rebecca guardò a terra e vide la foglia in un angolo, si alzò a prenderla e la pose sul tavolo. Antesia seguì ogni suo movimento con ansia.
“Che cos’è questa?” Chiese Rebecca rigirandolo come pochi minuti prima Antioca aveva fatto nell’altra stanza.
“Quella sono io, siamo noi” rispose l’altra donna tirando sul col naso, mostrando il volto rigato dalle lacrime.
“Siete delle piante quindi?” Rebecca sorrise e cercò l’appoggio di Conrad e le guardie che erano ferme dietro Antesia che non rispose, non sapeva come rispondere.
“Cosa è successo a Erich e Jane?” Continuò la signora Messor posando la foglia sul tavolo.
Antesia iniziò a calmarsi, iniziava ad abituarsi. “Abbiamo mappato la loro coscienza e l’abbiamo preservata sul nostro pianeta, di modo che potesse essere restituita ai loro corpi una volta completata la nostra operazione qui sulla Terra. Sono al sicuro e non sanno nulla.”
“E qual è la vostra operazione qui?”
“Rubare la vostra tecnologia, ma a questo punto… Chiedervi aiuto.”
Capitolo 5
“Ho perso il controllo, che cazzo, non riesco a risalire!” La voce di Erich risuonava nella cabina di pilotaggio della nave, che precipitava nel mare del pianeta obiettivo della missione.
“I comandi non rispondono, nemmeno i motori di riserva e tutto fuori uso” Jane strinse la cintura del suo posto accanto ad Erich, pronta all’impatto.
“I paracadute?” Chiese Erich.
“Niente, bloccati.”
I due si guardarono per un momento, entrambi con le proprie vite, con il proprio percorso. Si erano incontrati per caso in questo lavoro poche settimane prima e ora stavano per completare il cammino insieme, come parte di uno stesso piano.
La nave iniziò a vibrare in modo incontrollato e dopo pochi secondi, l’impatto con l’acqua.
Buio.
Per un tempo imprecisato ci fu solo il buio, poi riaprirono gli occhi. Si ritrovarono distesi in un letto, insieme uno accanto all’altro, mano nella mano. La luce del mattino filtrava calda dalla finestra sulla sinistra e rischiarava il loro risveglio.
Erich fissò il soffitto bicolore. Dal suo lato del letto era bianco, mentre da quello di Jane era di un tenue giallo. Si alzarono confusi, la camera sembrava precisamente divisa a metà come il soffitto, i due lati rispondevano a come era la loro casa ma fusi insieme.
“Che diavolo…” Erich si guardò attorno confuso, mentre Jane in silenzio guardava le foto dei suoi figli sul comodino.
Passarono alcuni minuti a controllare i soprammobili della stanza, come a verificare che fossero i loro e così sembrava. Una porta dava verso un corridoio e verso delle scale che scendevano di sotto.
Impauriti e insicuri scesero lentamente le scale, da un lato c’era una cucina arredata come quella di Erich, dall’altra un salotto, come quello di Jane.
“Che cazzo di scherzo è? Siamo morti?” Chiese Jane guardandosi attorno.
“Materialmente sì, ma non intellettualmente” da dietro alla porta del frigorifero aperta apparve un uomo vestito con una camicia bianca, un pantalone elegante e un grembiule rosa con cui stava preparando la colazione.
La prima reazione di entrambi fu quella di urlare spaventati, allontanandosi in direzione diverse.
“Oh perdonatemi non volevo spaventarvi. Ho preparato la colazione, analizzando i dati conservati nella vostra memoria, quella non danneggiata, dovreste apprezzare questi alimenti…” l’uomo li invitò a sedersi con una mano aperta.
I due si sedettero rintontiti da tutto quello che stesse succedendo.
“Chi è lei?” Chiese Jane sedendosi.
“Non usiamo molto i nomi qui, ma potete chiamarmi Anterios.”
“Dove ci troviamo? Siamo morti?” Continuò Erich.
Anterios rise divertito e nel farlo i suoi lineamenti variarono, divennero il padre di Jane, il marito di Erich e altri uomini che i due avevano incontrato nel loro tragitto di vita.
“No no, la morte è un concetto un po’ superato sul nostro pianeta. Siete su quello che voi chiamate A441-C, i nostri sistemi di difesa hanno intercettato la vostra nave e vi abbiamo fatti scendere. Purtroppo nell’impatto avete perso conoscenza per troppo tempo e i vostri corpi ne sono risultati danneggiati. Ora ci stiamo lavorando sopra per poterveli restituire quanto prima, intanto abbiamo salvato quello che voi chiamereste “io” in questo ambiente simulato dove viviamo.”
I due rimasero raggelati in silenzio.
“Forse troppe informazioni tutte insieme? Magari ne riparliamo dopo il caffè.”