Nascondi ciò che sono
I tacchi purpurei correvano veloci sul marciapiedi appena bagnato dalla pioggia passata. Scansavano passanti, lenti anziani, bambini e pozzanghere in cui si riflettevano lucidi.
“Ma non fa male?” Il ragazzo sedeva sul fondo della piccola bottega con in mano un calco di legno da levigare con cura. Accanto a lui, un tavolino con i vari strumenti necessari e una lampada a olio che illuminava il suo lavoro.
“All’inizio sì, poi ci si abitua, come tutto quanto” l’anziano era seduto su un alto sgabello dietro il bancone del negozio, un blocco di legno nero scuro, finemente intarsiato sul fronte che dava al pubblico. Erano scolpite varie maschere teatrali, che mostravano ogni espressione con tratti esagerati.
“E tu perché te la sei messa, maestro?” Domandò ancora ingenuamente il giovane.
“Questo è qualcosa che non dovresti…”
La campanella posizionata sulla porta a vetri del negozio squillò all’apertura, interrompendo la conversazione.
Gli occhi dei due si posarono su una donna elegante. Era vestita completamente di nero, con in testa un basco rosso scuro che si abbinava ai suoi tacchi. Al suo fianco pendeva una borsetta che teneva stretta con una mano, mentre l’altra reggeva un fazzoletto di stoffa bianca. Gli occhi erano lucidi e le labbra contratte in uno spasmo livido.
“Buongiorno signora” l’anziano si alzò dal suo trespolo e si avvicinò al bancone, cercando di mostrarsi gentile e cordiale.
“Salve” sussurrò appena la donna, rimanendo sull’uscio e guardandosi intorno. I suoi occhi vagarono sul bancone intarsiato, sulle pareti di legno decorate da disegni, maschere di vario genere, lampade e una panca posizionata sul muro opposto al bancone.
“Prego, si avvicini pure” l’uomo le tese una mano e lei la seguì fino a trovarsi di fronte a quel volto impassibile, con baffi grigi e un sorriso finto.
La donna aprì la borsetta e ne trasse una foto, l’appoggiò sul bancone e la mostrò all’uomo. “Potete aiutarmi?”
L’anziano prese l’immagine e la portò all’altezza degli occhi per vederla meglio. Mostrava la stessa signora, sorridente, abbracciata ad un uomo, lungo un viale alberato.
“Avete bisogno di una maschera che vi riporti qui?”
“Sì.”
“Abbiamo molte creazioni che possono fare al caso vostro…”
“No!” La donna allungò una mano prendendo il braccio dell’uomo che si stava voltando a mostrare le maschere appese dietro di lui. “Io voglio proprio questa maschera.”
Il suo dito si posò sul suo volto, quello nella foto, sorridente e felice.
“Potete?” Chiese senza aggiungere altro.
L’anziano annuì. “Certamente signora, farò del mio meglio, si metta a sedere sulla panca dietro di lei.”
La donna si allontanò del bancone, lasciandovi sopra la foto e solo allora sembrò notare il ragazzo in un angolo che levigava lentamente il calco che aveva sulle gambe.
Si mise a sedere sulla panca e appoggiò la borsa accanto a sé, attendendo ordini con il capo chinato.
L’anziano fece il giro intorno al bancone e schioccò le dita al ragazzo che lo seguì fino alla panca.
“Fammi luce, Jules” il ragazzo prese la lampada dal suo tavolo e con l’aiuto di un bastone la tenne alta, tra il maestro e la cliente.
“Dovrò prendere alcune misure del suo viso, per ottenere la migliore maschera possibile. Le chiedo dunque cortesemente di togliersi il cappello” l’anziano spiegò il procedimento intrecciando le dita delle mani in segno di preghiera, scusandosi del disturbo.
La donna osservò gli occhi vuoti dell’uomo e annuì. Tolse il basco rosso e i capelli neri scivolarono sulle sue spalle. La sua fronte alta e il naso aquilino le davano un tono austero, tradito solo dagli occhi infiammati da lunghe notti di troppe lacrime.
L’anziano avvicinò una mano al mento e lo sollevò per metterlo meglio in luce, poi con un metro da sarto iniziò a prendere varie misure che segnava su un taccuino. Terminate le misurazioni, ne disegnò alcuni schizzi da varie angolazioni.
Il processo era accompagnato dagli occhi della donna che vagavano tra la lampada, Jules e il volto piatto dell’anziano. Non voleva guardarlo, ma ogni volta ne era attratta, tra paura e desiderio. Quasi mossa da uno spasmo improvviso allungò una mano verso il viso dell’uomo e ne accarezzò la fredda guancia.
“Fa male?” Chiese sfiorando i chiodi lungo la mandibola.
“All’inizio sì, poi ci si abitua” l’uomo sorrise sotto la sua maschera immobile, incastonata per sempre sul suo viso.