L’opera qui esposta è un contributo di Ginepuff.

Un angolo sul mare


“Ricordate di bere molta acqua e a domani, cari miei Alleati!” Esclamò la radio, erano le 23 spaccate.
“Puntuale come sempre” Pensò Pingu, incapace di trattenere un sorriso, sentendosi avvampare fin
sulla punta delle orecchie. Per mesi aveva mentito a se stesso, ma non aveva più senso negare
l’evidenza: l’interesse che provava per il suo Imperatore era tutt’altro che platonico.


Inizialmente aveva creduto potesse trattarsi di profonda stima, così aveva iniziato a seguire i gruppi
di attivisti più patriottici, che si erano rivelati essere una profonda delusione, dato che si riunivano
solo per mangiare taralli e sfidarsi su Open Front o Wikipedia Speedrun.


Pingu aveva addirittura inviato una candidatura per entrare nella redazione del Tarallo Giornale,
sperando di riuscire in qualche modo ad avvicinarsi al suo idolo. Fu subito scartato e non venne
selezionato nemmeno per il primo colloquio, probabilmente per la sua lettera di presentazione un po’
troppo incentrata sullo Imperatore anziché sugli effettivi motivi per assumerlo al Giornale.


Tutti questi comportamenti si erano rivelati sempre più un campanello d’allarme: non potendo più
negare i suoi sentimenti, l’unica alternativa che gli era rimasta era imparare a comprenderli e alla fine
abbracciarli.


Tutte le sere (ad eccezione del giovedì e del sabato) dalle 20.30 alle 23.00 ascoltava il comunicato
dello Imperatore via radio, non poteva perdersi nemmeno una serata.


Partecipava alle parate, urlando gli slogan dell’Impero fino a sentirsi bruciare la gola, riuscendo
qualche volta a scrutare lo Imperatore da lontano. I dettagli oro della sua giacca blu brillavano sotto
la luce del sole, dandogli un’aura quasi divina. Il cilindro lo rendeva ancora più imponente, ergendolo
al di sopra degli altri e il volto, sempre coperto da una maschera, gli conferiva quell’alone di mistero
che lo accompagnava ovunque andasse. Il suo Imperatore era impalpabile, impossibile da avvicinare
e nessuno sapeva quale fosse il suo vero aspetto. Spesso Pingu si era trovato a fantasticare sui suoi
lineamenti, incontrandolo nei sogni.


Il suo amore non poteva andare oltre, lo sapeva. Doveva accontentarsi, ma al tempo stesso riusciva
ad essere felice: il pensiero della sola esistenza dello Imperatore bastava per portargli gioia, anche se
era solo una voce che lo cullava la sera prima di coricarsi o una sagoma blu vista da lontano.


Da quando era salito al trono, sentiva il peso del cilindro gravargli sul capo: tante, probabilmente
troppe, erano le responsabilità dello Imperatore. Nonostante fosse la persona più potente dell’Impero
e i suoi sudditi lo guardassero come una specie di divinità, Rausten sentiva il peso delle aspettative
come una morsa. Aveva smesso di essere quello che era per ciò che doveva essere: impeccabile,
giusto, risoluto, ma anche freddo e distaccato. Sbagliare non era previsto, perché errare era umano e
Rausten per il suo popolo di umano non aveva più nulla.

Dopo tutto quel tempo passato nella gabbia
d’avorio che si era costruito, quasi stentava a riconoscere chi fosse veramente. Il suo sguardo cadde
sul completo lasciato ordinatamente sul letto, accompagnato da cilindro e maschera, quella stessa
maschera che era costretto ad indossare e che stava diventando in tutto e per tutto la sua vera identità.
Sedendosi sul letto, si portò le dita alle tempie, il dolore alla testa aveva già iniziato a pulsare, come
quasi ogni sera. Si lasciò scappare un sospiro di rassegnazione: era così stanco.


Mancavano ancora due ore prima del suo comunicato, non c’era quindi fretta. Finì di sistemarsi gli
stivali e afferrò il mantello, avvolgendoselo intorno alle spalle, mentre si alzava. Andò poi a guardarsi
allo specchio: nonostante quelli che avesse addosso fossero dei normali vestiti di un fabbro, per un
attimo nell’immagine riflessa rivide davvero se stesso.


“Uscite… di nuovo? È già la terza volta questa settimana” Chiese una voce alle sue spalle.
“Non credevo tenessi il conto” Rispose Rausten, senza nemmeno voltarsi.
“Fa parte dei miei compiti” Disse Brix, una delle guardie imperiali, entrando nella stanza.
“So che disapprovi, ma ne ho bisogno”
“Non è del mio giudizio che vi dovreste preoccupare… solo che, se qualcuno vi vedesse…”
“Non succederà!” Si voltò improvvisamente, non doveva reagire così emotivamente, lo sapeva.
Quelle uscite erano gli unici momenti che poteva ritagliarsi per ricordarsi della sua vita prima, non
poteva permettersi di perdere quei ricordi.


Alzando gli occhi al cielo, la guardia si fece da parte e Rausten, con un balzo, uscì dalla finestra,
correndo per i tetti del Palazzo. Sapeva perché la guardia imperiale chiudeva un occhio: Brix era
convinto che prima o poi lo Imperatore lo avrebbe nominato Generale, cosa che non sarebbe mai
successa, ma questo Brix non lo avrebbe mai saputo.
Fece il solito tragitto, seguendo l’ala est ed evitando così le altre guardie. Erano mesi che studiava il
percorso perfetto e conosceva il Palazzo alla perfezione, avendo contribuito nella stesura del progetto
quando era stato edificato.


Dopo poco si ritrovò nella strada dei negozi della città. Si avvicinò alla balaustra per affacciarsi alla
scogliera e respirare a pieni polmoni l’odore salmastro del mare, chiuse gli occhi e rimase immobile
godendosi quel momento. Attorno a lui il chiacchiericcio dei negozianti che stavano pian piano
chiudendo le loro attività si amalgamava con lo scrosciare delle onde, amava quel suono. La vita
frenetica e caotica dei suoi sudditi lo affascinava, non avevano tutto ciò che possedeva lui, ma erano
di gran lunga più fortunati. Ad un tratto aprì gli occhi, soffermandosi a guardare una coppia che
bisticciava: Rausten non avrebbe mai potuto avere lo stesso. Non che l’intimità con qualcuno gli fosse
negata, tuttavia anche quando in quelle notti era spoglio di tutto, lo era solo in apparenza: con nessuno
avrebbe mai condiviso chi fosse veramente.


Tentando di scacciare quel pensiero solitario, iniziò a passeggiare lungo la strada, ammirando i
passanti che rincasavano avvolti dalla luce del tramonto.


Pingu quella sera stava uscendo prima del solito. Per quanto fosse una persona metodica e precisa
nelle sue azioni, non sapeva proprio spiegarsi il motivo della sua premura. Non aveva appuntamenti,
né qualcuno che lo aspettasse a casa, tuttavia, aveva tirato giù la saracinesca del suo negozio venti
minuti di anticipo e si era incamminato a passo deciso verso il mare. In altre circostanze non avrebbe
percorso quella strada, più lunga e scoscesa, ma quella non sembrava essere una serata come tutte le
altre. Pingu era un uomo razionale e solitamente non si lasciava prendere da azioni troppo impulsive,
stranamente però non aveva opposto resistenza, seguendo il suo istinto. La brezza calda di inizio
autunno era talmente piacevole da spingerlo a proseguire.


Ad un tratto un ostacolo si stagliò sul suo percorso: era un uomo alto, dalla carnagione fin troppo
chiara per essere, da quello che sembrava dalle sue vesti, un fabbro di Tarallanto, famosa soprattutto
per il sole cocente. Il vento gli scompigliava i capelli lunghi e lui restava lì, fermo, in contemplazione.
Una nota calma che stonava nel vociare dei commercianti indaffarati a chiudere bottega per rincasare.
Fosse stato un altro giorno, Pingu avrebbe ripreso il suo percorso, senza badare a quello strano
individuo, ma non sembrava proprio essere un giorno come tutti gli altri.


Sentendosi osservato, l’uomo ricambiò il suo sguardo: “Hai bisogno di qualcosa?”.
Pingu scosse energicamente il capo, sentendosi avvampare. Come aveva potuto essere così
impudente?
“Assolutamente, no, avevo solo voglia di vedere il mare!” Esclamò tutto in un fiato, senza sapere
neppure cosa stesse dicendo, era la prima scusa che gli era venuta in mente.
L’altro, invece di deriderlo, come Pingu si era immaginato, gli sorrise: “Mi sa che siamo in due”. Si
scostò, lasciando spazio sulla balaustra. Pingu si avvicinò con fare incerto. Il metallo era fresco, un
toccasana per le sue mani che erano improvvisamente diventate bollenti.
Il silenzio che cadde tra i due non sembrò allontanarli, tutt’altro: l’atmosfera si fece ancora più intima,
come ci fossero solo loro due al mondo.


Fu lo sconosciuto a rompere il silenzio: “Vieni qui spesso?”.
“No, in realtà… è da un po’ che non venivo qui, sentivo… – Pingu prese coraggio – che era la cosa
giusta da fare in una serata come questa”.
L’altro sembrò colpito dalla risposta e annuì, “Ne ho bisogno anch’io, sai, di vedere il mare. Mi sono
trasferito… nel centro città, prima abitavo da queste parti e mi manca. Essere circondato da persone
vere, capisci? Sentire tutto ciò che mi capita intorno, solo così so di essere vivo”.
“Sì”. A dire la verità Pingu non riusciva a comprendere del tutto, ma sembrava sgarbato farlo notare.
Da quel momento iniziarono a darsi appuntamento quasi tutte le sere. La prima volta si salutarono
come se nulla fosse, andando ognuno per la propria strada. Tuttavia, il giorno dopo si ritrovarono
ancora una volta insieme, nello stesso punto, incorniciati nello stesso istante. Sembrava avessero
bisogno l’uno dell’altro.
Iniziarono parlando del più e del meno, poi via via le conversazioni si fecero così profonde e
interessanti che Pingu una sera addirittura accese la radio alle 21.00, quando il comunicato dello
Imperatore era già iniziato da mezz’ora, non era mai capitato.


“Ieri sera mi hai fatto arrivare tardi al mio appuntamento”.
Rausten si sentì particolarmente infastidito da quel rimprovero, ma non lo dette a vedere:
“Appuntamento?”
“Sì, alle 20.30 inizia il comunicato dello Imperatore, non posso perdermelo”, esclamò Pingu,
sembrava indignato.
Rausten soffocò una risata in alcuni colpi di tosse.
“Stai bene?”
“Sì, scusa…” Si schiarì la gola, “Non te lo puoi perdere?”
“Scherzi? È l’unico momento della giornata in cui possiamo sentire la voce dello Imperatore e…” Si
interruppe di colpo, improvvisamente in imbarazzo.
Tra loro cadde il silenzio, un silenzio caldo ed elettrico.
“Così ti piace il nostro Imperatore? Fai parte di qualche club di fan?” Ridacchiò.
“Non mi stai prendendo sul serio!”
“Tutt’altro, mi interessa!” Iniziò a canzonarlo Rausten.
Sentendosi preso in giro, l’altro mise il broncio. In molti prima di quel momento avevano deriso Pingu
per il suo interesse un po’ troppo bizzarro. Solitamente non si preoccupava del giudizio delle altre
persone, ma in quel momento si sentì punto nell’orgoglio.
Intenerito, la voce di Rausten si addolcì: “Cosa ti piace di lui?”.


Pingu lo squadrò per un momento, incerto. Non sapeva quanto potesse davvero aprirsi: la sua fidata
alleata, la razionalità, non avrebbe mai rivelato dettagli così intimi a qualcuno di cui non sapeva
nemmeno il nome. Tuttavia, c’era qualcosa di diverso in quella persona e con lui le parole uscivano
senza che se rendesse conto. Respirò a pieni polmoni e alla fine, ancora una volta, l’istinto ebbe la
meglio. Raccontò cosa provasse all’inizio, di quell’ammirazione che piano piano si era trasformata
in qualcosa di più. Della difficoltà di doversi accettare e dei tentativi vani nel cercare di avvicinarsi a
un’entità così sfuggente. Più parlava e più Rausten si sentiva irritato dalle sue parole: la persona che
Pingu stava descrivendo con tanto entusiasmo in realtà non esisteva.
Ad un tratto lo interruppe bruscamente: “Non hai idea di cosa parli, lo ammiri così tanto, ma la verità
è che conosci solo la sua maschera”.


Pingu fu sorpreso dall’improvviso cambio di atteggiamento, “Quello che dici è vero, ma…”
“Magari saresti disgustato dal conoscere cosa si nasconde davvero sotto di essa!” Continuò Rausten,
in un moto di frustrazione. Sapeva che non aveva senso prendersela così tanto, che non avrebbe
capito, ma era stato più forte di lui. Da impeccabile e distaccato, si sentì improvvisamente fragile e
umano. Un brivido lo percorse per tutto il corpo. Era furioso e non gli importava di darlo a vedere: si
stava sentendo per la prima volta dopo tanto tempo vivo. Quell’improvvisa consapevolezza lo
travolse e la frase che sentì subito dopo lo risvegliò come una doccia fredda: “Sono sicuro che sotto
quella maschera non ci sia un mostro, ma una persona esattamente come me e te, con le sue
insicurezze, i suoi problemi, come tutti noi. Se sapessi davvero chi è, mi andrebbe bene. Anzi, sarebbe
semplicemente un tassello in più che mi permetterebbe di conoscerlo e amarlo per ciò che è
veramente!” Pingu si rese contro troppo tardi di aver usato proprio quelle parole, diventando
completamente paonazzo.


Rausten rimase sbigottito, nessuno prima di quel momento si era mai riferito in questi termini nei
suoi confronti. Senza nemmeno accorgersene, si staccò dalla balaustra.
I negozi erano già chiusi da un pezzo e la luna aveva fatto capolino da dietro una nuvola. Erano
completamente soli e solo rumore delle onde e il canto delle cicale riempiva il silenzio tra loro.
“Ora devo proprio andare”, disse Rausten. Una sensazione strana lo avvolgeva, così forte da
chiudergli lo stomaco.


“Aspetta…” Pungu era ancora confuso, “Domani alla stessa ora..?” Temeva di aver rotto qualcosa,
di essersi spinto oltre. Perché? Perché aveva seguito l’istinto? Guardò l’altro voltarsi e iniziare a
camminare lungo la strada, senza dire una parola. Pingu si impietrì, mentre un pensiero prendeva
forma nella sua testa: nessuno lo avrebbe accettato nelle sue stranezze, tanto meno uno sconosciuto
incontrato per caso in un angolo sul mare.
Rausten si era incamminato nervosamente, senza essere nemmeno riuscito a guardare Pingu un’ultima
volta. Dopo un’intera vita alla ricerca di un briciolo di autenticità, le sue gambe si erano mosse da
sole e avevano deciso per lui: era troppo rischioso, nessuno lo avrebbe accettato nelle sue fragilità,
tanto meno uno sconosciuto incontrato per caso in un angolo sul mare.
Si fermò di colpo, improvvisamente conscio del fatto che aveva passato una vita intera alla ricerca di
un briciolo di autenticità.


“Ricordati di bere molta acqua e a domani, caro mio Alleato”. Disse, improvvisamente consapevole
di ciò che andava fatto. Si sentì tirare il braccio e quando si voltò i suoi occhi si specchiarono in quelli
di Pingu, le cui gote si erano tinte di rosso per essergli corso dietro. Bastò un solo sguardo per intuire
che lui aveva capito.


Da quel momento né la vita di Rausten, né quella di Pingu fu più la stessa.

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