in copertina opera di SAKKA Roberta Sacchi – www.instagram.com/sakka_fumetto/

L’uomo che uccise John Smith

«Prego, si accomodi pure» disse gentilmente il signor Jonathan Carter, indicando una poltrona in velluto rosso.

«La ringrazio per avermi accolto così gentilmente nella sua casa» rispose il giornalista, accomodandosi.

«Di nulla, si figuri.»

«Chissà quante volte avrà sostenuto interviste in merito a questo argomento…» sorrise Stuart Miller recuperando un taccuino dalla sua borsa.

«Più di quante posso sopportare, meno di quante vorrei…» ribatté con un mezzo sorriso lo psicologo.

«Mi permette di registrare la nostra conversazione? Sa una questione di comodità.»

«Faccia pure» rispose Jonathan con un vago gesto della mano.

«Dunque, se vuole cominciare io partirei…» iniziò a dire Miller prima di essere interrotto bruscamente.

«Quando venni chiamato a collaborare in quel centro, non presi molto sul serio questa Sindrome. Cioè… Pensavo fosse più suggestione indotta dai media, che vero disturbo. Sa, la massa è così soggetta a questo genere di “roba” e le televisioni non fanno altro che fomentare, come gettare benzina sul fuoco.

Questa mia teoria, all’inizio, fu confermata da diversi stupidi ragazzini che strepitavano: “Io l’ho visto! L’ho visto!”. Poi, però, bastava una serena dormita tra quattro guanciali e via, tutto era passato, come se nulla fosse mai stato.

Comunque sia, parte di me si diceva saggiamente che, se il governo aveva istituito e richiesto con vigore la creazione quel centro, qualcosa di serio, in fondo, doveva esserci. E la dimostrazione a ciò, la ebbi un giorno d’estate, lo ricordo perfettamente.

Era il 15 Giugno e il dannato condizionatore funzionava a scatti, non credo di aver mai imprecato tanto in vita mia. A un certo punto dovetti rinunciare alla giacca e rimanere in camicia… Con le maniche arrotolate!»

«Ma…» tentò di inserirsi Miller.

«Sì, lo so, un professionista non dovrebbe, ma si moriva dal caldo, mi creda.

Dove eravamo? Oh sì certo… Nel mio studio fu condotta una donna quel giorno, credo sui trentacinque anni, bionda, carina tutto sommato e, non appena l’infermiere se ne andò, iniziai quella serie di convenevoli che mi permettono di saggiare un po’ lo stato del paziente. Come si chiama? Come si sente? Cosa faceva prima di venire qui? Domande di questo genere, per intenderci.

Mentre facevo queste domande… Dio ho ancora i brividi a pensarci… La donna sembrava completamente serena. Serena, le dico.

Ora, non so se lei abbia mai visto una persona affetta da questa sindrome, ma, » e qui cambiò posizione sulla poltrona, «se non le urlano in faccia la solita frase “io l’ho visto”, è davvero un miracolo. Questa donna, invece, non sbraitava assolutamente, anzi, per un attimo pensai che avesse solo sbagliato porta mentre andava al supermercato.

Poi, però, disse: “Io l’ho conosciuto.”.

Quella risposta mi zittì per qualche secondo, poi chiesi, forse stupidamente: “Chi?”.» In quell’istante lo psicologo si bloccò, fissando un punto sul pavimento di legno con sguardo assente.

«Signore, tutto bene?» Chiese il giornalista preoccupato.

«Sì, benissimo. Rivedevo per un attimo quel volto… Quanti anni saranno passati?»

«Lei è entrato a lavorare nel centro circa ventitré anni fa, signore, dunque suppongo che siano circa…»

«Ventuno, ventuno. Fu il primo volto sereno che incontrai lì dentro. Quando le feci quella domanda, il suo sguardo s’incrinò per un attimo, così come la sua espressione serena e pacata. Fu solo un istante, poi tornò normale e raggelandomi rispose: “John Smith!”.

Lo esclamò con una tale sicurezza che, forse, non trovi neanche quando chiedi ad un marito il nome della moglie. Esagero, ovviamente, ma qualunque fosse l’illusione che s’instaurava, aveva un nome ed un cognome. Parlando con quella donna, intuii che c’era qualcosa di particolare, che a molta gente era sfuggita, in altre parole che la sindrome poteva essere più o meno grave. Ora, definire quella donna, tranquilla, serena e assolutamente cordiale, più “malata” di altre persone lì dentro, io faccio fatica ad affermarlo. Lei mi comprenderà immagino. Quando una persona è più soggetta ad una sindrome o ad una malattia, cioè… C’è sempre qualcosa di peggiore che fa risaltare la cosa, ma in questo caso…»

«L’essere più disturbata rendeva in un certo senso “migliore” la persona, secondo lei?»

«No, non di certo. Non mi spingo fino a questo, ma sicuramente ne andava tenuto conto. Comunque dopo quanto accadde, mi venne l’idea di fare ciò che avrebbe inquietato mezzo mondo e per cui, forse in parte, lei è qui.

Feci scrivere un annuncio che fosse reso pubblico su ogni mezzo di informazione disponibile: giornali, televisione, internet, radio, ovunque. Diceva qualcosa di simile a: “Chiunque conosca il nome dell’illusione causata dall’aver assunto l’acqua proveniente dal pianeta Marte, è invitato a trovarsi nella piazza X, della città Y…”. Non serviva molto altro.

Nel C.R.S.M. mi scambiarono per pazzo, ma avevo avuto un’idea e non l’avrei mollata tanto facilmente.

Erano i primi di Settembre, quando avvenne. Costruimmo un semplice palco e, di fronte a esso, con nostro stupore, si radunò una folla colossale… Si disse ventimila persone credo.»

«Sì esattamente…»

«Giunta l’ora, mi avvicinai al microfono e ne saggiai il suono battendoci un paio di dita. Ricordo persino la sensazione che provai nel toccare la struttura reticolare dello strumento… Questo per dirle quanto vivido sia quel momento nella mia mente.»

«Immagino…»

«Comunque, dopo i dovuti saluti e ringraziamenti, feci la domanda per cui tutti eravamo lì: “Qual è il nome di colui che avete conosciuto?” Non c’era bisogno di specificare altro, loro sapevano perfettamente a cosa o, forse meglio, a chi mi riferivo.

Allora, all’unisono, tutti esclamarono: “John Smith!”»

Lo psicologo si bloccò ancora, si tolse gli occhiali e massaggiò stancamente gli occhi con due dita. Dietro le palpebre buie, tetri colori fiammanti sprizzavano a ricreare l’immagine di quel giorno, quegli istanti di follia che seguirono.

Come in preda ad un raptus, la gente nella piazza iniziò una furiosa rissa infinita. Il sangue versato risplendeva nelle immagini che la mente di Jonathan rievocava, come succosi rubini incastonati tra le pietre precisamente collocate.

Carter sapeva che, qualunque cosa fosse accaduta, era stato lui a provocarla e a lui toccava arrestarla, in ogni modo. Si guardò attorno, cercando una mano nei colleghi giunti lì con lui. Di quelli, però, rimaneva ben poco: diversi erano fuggiti, altri, invece, rintanati in un cantuccio, stringevano i telefoni chiamando i soccorsi.

«Vuole fermarsi un attimo, signore?» Intervenne Miller.

Lo psicologo riaprì gli occhi e, senza batter ciglio, riposizionò gli occhiali sul naso. «No tranquillo, posso continuare» disse gravemente.

«Perfetto.»

«Saprà certamente di cosa ciò fece scattare. Una furia indomita cavalcò per quella piazza e a me» qui sollevò un dito, «solo a me, toccava fermarla. Così, mi avvicinai nuovamente al microfono. Schiarii la voce e chiesi: “Chi è John Smith?” Allora, tutti si fermarono. Vi fu silenzio, tale che il suono di un pianoforte, suonato chissà dove, giungeva alle mie orecchie. Poi molti iniziarono a piangere, un lamento si levò tra la gente… Spezzava il fiato sentire migliaia di persone piangere e vederne altrettante tentare il suicidio… Molti ci riuscirono.»

Non una lacrima solcava il viso dello psicologo, sembrava gelido, assente, morto.

«Quel giorno morirono 897 persone, oltre cinquemila rimasero ferite gravemente, settemila in modo lieve» continuò Jonathan, quasi leggesse la cronaca di un quotidiano. «Ed io ero il colpevole. In seguito a quegli eventi ebbi ancora poco tempo per lavorare, poi fui accusato d’istigazione al suicidio. Molti mi volevano morto.»

«E nel tempo che le rimaneva cosa fece?» Intervenne il giornalista.

«Nonostante tutto continuai a lavorare. Cercai di raccogliere un campione dei presenti quel giorno e li portai al centro per una chiacchierata… In seguito a ciò scoprii che John Smith, o l’Illusione, era uguale per tutti. Capelli neri, occhi castani, fisico snello, sempre vestito in completo, il quadro era quello di una qualunque persona.»

«Cosa ne dedusse?»

«Arrivai a convincermi che la causa, il parassita o la madre di John Smith fosse intelligente. Aveva compreso perfettamente come inserirsi nella mente umana, senza creare traumi o problemi. Era persino arrivata a comprendere quale fosse il nome più adatto da darsi…»rispose lo psicologo, concludendo con una lieve risata.

«E cosa fece dopo?»

«Una notte, bussarono a casa mia: “Mi dispiace svegliarla dottore, ma devo portarla via… È in arresto.” Così finii per diversi tribunali di mezzo paese, con la gente che mi urlava di tutto.

Ero un assassino, un criminale alla pari dei grandi dittatori del novecento, ma, al loro contrario, non avevo mai avuto il mio periodo di gloria.

Il giorno della sentenza, vidi il furore e il piacere negli occhi del giudice, mentre batteva il martello e urlava la mia condanna a quindici anni di carcere. Curiosamente era la stessa età di mia figlia… Strani noi umani, siamo terribilmente soggetti al fascino delle coincidenze numeriche… Comunque alla fine ne scontai dodici, gli altri tre li guadagnai aiutando lo psicologo del carcere, un tipo simpatico da cui ebbi modo di imparare diversi meccanismi mentali dei carcerati. Tuttavia, nonostante fossi rinchiuso, seguii tutto ciò che accadde dopo. Lo stato, definendosi naturalmente indignato e costernato, dipinse me come uno dei loro più grandi errori e chiuse il centro immantinente, credo solo due o tre settimane dopo la sentenza. Tutto svanì, come nulla fosse mai accaduto. Se parlavi con qualcuno della Sindrome di Marte, loro spesso ti rispondevano: “Ah, roba vecchia quella!” Vecchia?! Per gli dei!» Esclamò lo psicologo, facendo una breve pausa ed allargando le braccia. «Era passato così tanto tempo da dimenticare tutte quelle vittime? Potevano aver tutti dimenticato? Persino io, non ero riconosciuto per strada e alla mia scarcerazione nessuno protestò contro di ciò.»

«E cosa fece dopo?»

«Tentai invano di ricostruire qualcosa della mia vita e della mia ricerca su quanto era avvenuto. Rintracciai diversi colleghi di quel tempo, ma nessuno volle mai incontrarmi. Ero isolato dal mondo intero, scacciato ed estraniato. Jonathan Carter era stato il loro capro espiatorio, le colpe della bramosia umana, erano ricadute su di lui! L’acqua su questo pianeta finisce? Andiamo a prenderla su Marte! Oh giusto, chiaro! Ma non fanno bene i controlli e qualcosa sfugge. Cosa? Ah… Non lo sapremo mai caro mio! Allora si trovano il problema di un’esplosione di gente allucinata che dice di vedere persone che non esistono. Problema interessante, ma da estirpare, si dicono. L’acqua di Marte, distribuita dalla Marsaqua, svanisce lentamente, con i media che bombardando la gente dicendo che le vendite dell’azienda non vanno bene. Così quel liquido scompare dagli scaffali. S’istituisce un centro per la gente “disturbata”… Esperimento mio… Centinaia di persone muoiono… Colpa mia! E tutto ciò perché… Lei sa perché?»

«Mi dica…»

«Abbiamo terminato e inquinato la nostra acqua» Jonathan si fermò ed esplose in una fragorosa risata.

Miller attese qualche istante, poi schiarì la voce e intervenne: «Non le sembra di parlare con i toni dei migliori complottisti, signore?»

Il volto dello psicologo tornò gradualmente serio e distaccato, si massaggiò il mento e disse: «Probabile. Quanto detto è solo una mia teoria, ma nessuno può negare l’evidenza di quanto accaduto in quella piazza e di quanto ne seguì. Lei vorrebbe negare nella sua intervista che, dopo gli eventi di quel giorno, le voci su questa Sindrome si siano non affievolite, ma spente?»

«No, signore.»

«Allora cosa cerca qui? Se cerca un buon articolo che faccia scalpore, temo sia arrivato tardi. Diverse persone prima di lei sono giunte qui e si dividevano essenzialmente in chi mi dava ragione e chi torto. I primi avevano più successo solitamente, sa… Facevano più scalpore.»

Jonathan continuò a parlare inesorabile su quante storie avessero inventato sul suo conto, ma la mano di Stuart lentamente si avvicinò al registratore. Un tocco e questo smise di funzionare.

«Io sono qui per conoscere lei, signore. Colui che ha ucciso John Smith» intervenne il giornalista, interrompendo bruscamente lo psicologo.

Il signor Carter rimase immobile, poi si avvicinò ad un mobile dove versò qualcosa da bere per la sua gola arsa.

«Sa, avevo notato qualcosa di strano in lei, ma pensavo fosse solo una mia impressione» disse, dando ancora le spalle al signor Miller.

«Avrebbe dovuto agire allora e non lasciarmi continuare!» Esclamò il giornalista.

Lo psicologo, non si voltò, ma continuò a bere dal suo bicchiere, poi prese un respiro e disse: «Lei conosceva John Smith?»

«Conoscere!?» Il tono di Stuart era ormai ricolmo d’ira. Esplose in una risata fragorosa e appena si placò, continuò: «Io lo amavo!»

A quel punto Jonathan ripose il bicchiere e si voltò a guardare l’altro.

Stuart Miller reggeva con la mano destra una pistola. Ferro nero che risaltava nella mano pallida e tremante.

«Signore…» disse Jonathan, sollevando le braccia.

«Io lo amavo e tu lo hai ucciso.»

Un colpo.

Le stelle son lì, viandanti dall’animo ribelle. Le immagini qui, son solo le vecchie sorelle.

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