Il Pescatore
“C’è qualcosa di rilassante di lanciare sassi nell’acqua, non credi?”
“Dici?”
La donna prese un piccolo sasso tondo e lo porse all’uomo. “Vai, prova.”
L’uomo le sorrise, rigirò il sasso tra le mani guantate e lanciò il sasso verso il mare. Il piccolo oggetto volò in alto e poi discese in acqua con un piccolo zampillo.
“Visto, è catartico” lei ne prese un altro e lo lanciò con tutta la forza che poteva. “Ogni piccolo sasso si può sentire nel mare!”
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1
“Avanti il prossimo!”
La voce riempì la sala d’aspetto di quel piccolo ufficio anonimo. Poche persone erano sedute strette su sedie di plastica in un corridoio spoglio, faccia a faccia. Ognuno lì con una propria storia e una propria speranza rischiarata dalle luci al neon vibranti.
Vicino all’ingresso c’era Walter, sembrava giovane, impaziente. Sedeva sulla punta della sedia, controllando in modo ossessivo il suo smartphone. Lo riponeva nella tasca dei pantaloni per pochi secondi, poi lo riprendeva in mano. Sembrava essere lì contro voglia, forse trascinato dalla donna più anziana, ferma e silenziosa accanto a lui.
Dall’altro lato, più avanti nel corridoio, c’erano Margaret e Michael. Erano una coppia sulla trentina, non lo davano a vedere, ma ormai l’appuntamento lì sembrava il loro luogo di flirt preferito. Lei era una maestra bionda, voleva cambiare strada, dopo che un episodio spiacevole le aveva fatto perdere la passione per l’insegnamento. Lui era un brillante laureato che la strada non sembrava proprio in grado di trovarla, forse perché quel titolo cambiava nel tempo. Era giurisprudenza? Psicologia? Chissà.
A pochi metri dalla porta di legno, ingresso dello studio, c’era Benjamin. Il suo volto squadrato aveva visto circa 44 anni passare veloci, un matrimonio fallito, nessun figlio, mai un lavoro fisso. Vestiva sempre con un completo grigiastro, camicia bianca, cravatta rossa, un soprabito beige che gli arrivava al ginocchio e un borsello di pelle marrone appeso alla spalla destra dove custodiva il suo tesoro: un contenitore di latta con delle mentine, un curriculum stropicciato, due penne, un pacco di fazzoletti di carta, una matita consumata, un temperamatite, un sasso.
Udendo quelle parole Benjamin si alzò di scatto e varcò la soglia.
Dall’altra parte della porta di legno c’era Carmen, una donna dai capelli rossi e maglioncino giallo, che ormai vedeva circa una volta alla settimana da due anni.
“Oh Benjamin, come andiamo oggi?” Carmen lo salutò come se rivedesse un amico per strada.
“Salve Carmen, tutto bene ti ringrazio. Ho da poco fatto alcune riparazioni in casa, sai la tv non si vedeva bene e ho dovuto chiamare una persona per sistemarla. Sai con queste smart TV io non ci capisco molto, tu invece? Tutto bene?” Benjamin non era un tipo di poche parole.
“Bene, bene” Carmen sì.
“Hai qualcosa per me oggi?” L’uomo prese posto di fronte a lei, passandosi una mano sui capelli radi brizzolati. Li aveva tutti tirati all’indietro, memori del tempo in cui li aveva lunghi, ma ormai servivano solo per coprire la calvizie.
“Vediamo subito, Ben” Carmen gli sorrise. Ogni volta era più o meno la stessa scena: digitava il suo codice sul computer, scorreva tra i possibili lavori e comunicava che non c’era nulla di compatibile. Benjamin nel frattempo si massaggiava le guance fresche di rasatura, quell’appuntamento era la sua scusa per tornare presentabile, scambiavano ancora qualche convenevole e poi tornava a casa.
“Allora…” le dita di Carmen avevano digitato il codice e ora scorrevano la rotellina del mouse. Dopo pochi secondi si fermò e socchiuse gli occhi, come se volesse mettere a fuoco meglio lo schermo.
Benjamin lo lesse come un segno positivo. Guardò il retro del monitor e poi lei: “C’è qualcosa?” Chiese timidamente, come se anche solo domandare potesse far sparire quella possibilità.
Carmen passò la lingua sulle labbra. “Ecco… sì, effettivamente c’è qualcosa!” Sul volto paffuto si aprì un sorriso sincero. “Sembrerebbe un lavoro in stazione, in un paese qui vicino, ma non dice molto altro… Non sapevo nemmeno ci fosse la stazione.”
“Stazione?” Benjamin non aveva esperienza con i treni. Non aveva mai viaggiato molto e in genere preferiva muoversi in auto nei dintorni della città. Ricordava bene però l’ultima volta in stazione, aveva accompagnato l’ex moglie per prendere un treno, un favore tra amici e poco altro.
“Sì. A quanto pare cercano qualche assistente tuttofare in stazione. Che ne dici? Gli diamo un’occasione?”
L’uomo strinse le spalle. “Cosa abbiamo da perdere dopotutto? Vai pure!” Rise un po’ imbarazzato, mentre stringeva il suo sacro borsello, compagno di avventure.
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“E benvenuta a casa.”
I due erano entrati nell’attico di proprietà dell’uomo, che dava direttamente su un grande parco in città.
“Wow, Zen, sei pieno di soldi!” La donna rise divertita guardando la casa elegante e la vista panoramica dalle finestre.
“Merito dei miei, io amministro soltanto” lui sorrise e la guardo girare per l’open space del salotto fino a sedersi sul divano rosso intenso.
“E cosa facevano i tuoi? Quale popolazione mondiale avete sfruttato?”
Lui rise divertito e camminò con le mani dietro la schiena. “Nessuna popolazione, forse per i materiali, ma facevamo cappelli.”
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2
Il viale alberato illuminato dal sole portava direttamente alla piccola stazione di provincia. Benjamin aveva parcheggiato poco distante, preferiva arrivare a piedi e studiare il luogo con calma mentre si avvicinava.
Non sembrava esserci anima viva che camminava lì. Niente locali commerciali, case piccole, strette una con l’altra, ma apparentemente chiuse e vuote. Qualche macchina passava lenta e scorreva via sull’asfalto rovinato, un’atmosfera così calma da risultare inquietante, eppure in quel momento non gli dispiaceva.
Il paesino sorgeva in una piccola vallata, incastonato tra alte montagne che sembravano celarlo al mondo. Distante dalla città, da quegli uffici tutti grigi, lontani dalle tante Carmen dietro una scrivania.
Al termine del viale si apriva un ampio spiazzo su cui dominava uno scatolone giallo, posizionato tra due tunnel che superavano i rilievi montuosi, uno verso ovest e l’altro verso est, due portali per il mondo esterno. Questa era la struttura della stazione, un edificio a due piani, con le finestre murate e il nome verde sbiadito che si faceva fatica a leggere. Sembrava in disuso.
“Ma che scherzo è questo?” Benjamin si era fermato al centro dello spiazzo con le mani sui fianchi. Pose una mano sulla fronte per coprire gli occhi dal sole e cercò di leggere il nome della stazione. Quasi nessuna lettera era sopravvissuta al volere del tempo, solo le ultime due, una “I” e una “A”.
Raccolse dal suo borsello di pelle marrone il foglio con tutti i dati del luogo per il colloquio. Rilesse l’indirizzo, il nome del paesino, persino una piccola immagine tratta da una mappa online, era tutto corretto.
Si avvicinò alla porta a vetri all’ingresso, l’unica apertura in quel blocco monolitico. Appoggiò una mano alla maniglia e spinse, guardandosi però le spalle da possibili imboscate.
Oltre l’ingresso c’era una classica sala d’aspetto: in fondo c’era la porta per andare ai binari; sulla destra un muro con una finestra che serviva da biglietteria; sulla sinistra una porta di plastica con scritto “UFFICI”; appoggiate alle pareti varie sedie nere e infine appese due obliteratrici gialle.
L’aria era densa, pesante, umida. Non sentiva particolari odori, ma gli ricordava la vecchia cantina dei nonni con mobili e legna accatastata ovunque. Tutto era ricoperto da un sottile strato di polvere.
“Buongiorno?” Provò ad alzare la voce, ma nessuna risposta giunse. Sentì solo un piccione che prendeva il volo, forse nascosto sotto la pensilina dei binari.
Il primo istinto fu quello di avvicinarsi alla biglietteria. Era una apertura quadrata nel muro, con uno strato spesso di polvere sul davanzale e una tendina veneziana che oscurava cosa ci fosse oltre il vetro. Un cartello giallo con una scritta nera però lo aiutava: “Biglietteria fuori servizio, per informazioni rivolgersi all’ufficio”.
“Ottimo inizio, direi” Ben sorrise e si voltò per andare verso la porta indicata. Qui bussò, mentre guardava la scia dei suoi passi nella polvere sul pavimento. “Stai a vedere che mi hanno assunto per fare le pulizie.”
Anche a questo nuovo richiamo, però, non vi fu risposta. Sarebbe dovuto entrare? Provare ad aprirla? Effettivamente aveva faticato troppo per poter ottenere quel misero colloquio, tornare indietro ora sarebbe stato un fallimento, oltre che una perdita di tempo. In questo momento poteva essere a casa a guardare una serie tv o piantare semi di menta in giardino, sperando non morisse di nuovo come al solito.
Mentre la mente vorticava tra quelle informazioni, la mano agì e apri la porta di plastica. Cigolando l’apertura diede accesso a un piccolo corridoio, molto breve, due o tre passi, prima di un’altra porta. A rischiarare l’ambiente solo una lampadina appesa al soffitto e ricoperta da ragnatele.
“Quasi come casa mia, dai” stava lentamente abbandonando la paura e accolto l’idea di un buco nell’acqua.
Avanzò ancora, facendo attenzione alla lampadina e bussò sulla porta successiva.
“Avanti!”
Una risposta veloce e perentoria arrivò. Quasi spaventato, Benjamin fece un passo indietro e per un istante si chiese se aveva davvero sentito quella voce. Aveva ormai concretizzato nella sua mente il percorso per tornare a casa, dopo aver trovato assolutamente nulla in quella stazione abbandonata. Un bello scherzo di qualche ragazzino online, capitava con gli annunci di lavoro.
Dopo aver preso un profondo respiro, aprì la seconda porta e la luce del nuovo spazio lo accecò per un attimo.
Si trattava di un ufficio a tutti gli effetti, sebbene differente da quelli a cui era abituato in città. Aveva una mobilia un po’ antiquata, ma un profumo piacevole, fresco, differente da quello della sala d’aspetto.
Sui due lati si aprivano due grandi finestre: una murata verso l’esterno, una aperta e luminosa verso i binari. Sulla parete opposta alla porta c’era una grande cartina geografica della zona, con delle puntine colorate e sotto uno scrittoio elegante con un panno rosso sopra e dietro lui.
Benjamin ci mise un po’ per metterlo a fuoco, sembrava qualcosa che non doveva essere lì, una sorta di errore. Era un uomo elegante, troppo elegante. Alto e composto indossava quello che sembrava un tight blu scuro, Benjamin non ci aveva mai capito troppo di abiti. Sotto spiccava un gilet grigio, una camicia candida e una cravatta dello stesso blu dell’abito. Aveva il volto calmo, allungato, i capelli corti ben pettinati con una riga sul lato sinistro e un paio di baffi folti che decoravano il leggero sorriso. Sembrava avere tra i trenta e i quaranta anni, ma non era certo.
“Buongiorno…” la voce di Benjamin uscì timida, quasi roca, come quando si parla da appena svegli.
“Buongiorno, prego si accomodi pure, è qui per il colloquio giusto?” La voce dell’uomo rispecchiava il suo aspetto calmo, come due lati di una stessa medaglia.
“Sì, mi ha mandato l’agenzia” Ben chiuse la porta, in quel momento si accorse che la sua voglia di chiacchierare era sparita.
“Ottimo, sono lieto che l’agenzia l’abbia mandata qui!” L’uomo fece alcuni passi oltre la scrivania e gli porse una mano inguantata di nero. “Io sono… Oh mi perdoni i guanti, li avevo dimenticati.” Con pochi gesti rimosse l’indumento e li infilo nella tasca dell’elegante giacca.
“Ecco, mi perdoni ancora. Dicevo, io sono Zentien con chi ho l’onore di parlare?” L’uomo allungò il suo sorriso così come la mano verso il più basso Ben.
“Non si preoccupi, io sono Benjamin Decremps.”
“Benjamin, mi piace, un nome ben definito. Prego si accomodi” la mano ora gli indicava la sedia di fronte alla scrivania, spoglia e di semplice legno senza decorazioni. Dall’altra parte non c’era nulla, infatti Zentien rimase in piedi con le mani strette dietro la schiena.
Ci furono alcuni secondi di silenzio, momenti nei quali Ben si guardò attorno, raccogliendo altri dettagli. Non c’era polvere in quella stanza, tutto sembrava perfettamente pulito. Vicino all’ingresso c’era un appendiabiti a piedistallo con un soprabito nero appeso. Sotto la finestra murata che dava all’esterno c’era un mobile di legno particolarmente profondo e alla sua destra in un angolo una poltrona di pelle rovinata: su di essa, appoggiato immobile un cilindro, un cappello blu come l’abito di Zentien.
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I due ansimavano esausti sul letto, fissando il soffitto bianco dell’appartamento.
“So’, devo dire che te la cavi niente male” rise lui mentre il suo petto imperlato di sudore denunciava la fatica.
“Nemmeno tu per essere un vecchiaccio.”
“Ma se ho tipo cinque anni più di te…”
“Sì, ma vai in giro vestito come se ne avessi ottanta. E quel cappello Zentien, dai… Vecchissimo.”
“Intanto sei qui con me lo stesso!”
“Pietà, solo pietà.”
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3
“Mi scusi signor Zentien, ma dunque io sarei un fattorino ferroviario?” Benjamin aveva ascoltato una lunga descrizione, durata circa dieci minuti del suo lavoro, una lunga serie di regole ridondanti, che non sembravano in nessun modo collegate al tipo di lavoro che doveva fare. Evitare di mangiare pesante prima di una consegna, non esporsi troppo al sole senza protezioni, cercare di praticare sport una volta al giorno, rimanere sempre seduti in treno e molto altro.
“Sì, signor Benjamin, se vogliamo riassumere il concetto, il suo lavoro sarebbe questo. Vede nell’annuncio di lavoro trovavo complesso poter indicare la sua mansione con due parole, eppure, voi, siete sempre così abili in questo.”
Benjamin piegò leggermente il viso confuso, aveva davvero detto “voi”? Ma non disse nulla e annuì sorridendo.
“Dunque cosa ne pensa? Vuole provare?” L’uomo enigmatico sorrideva. Durante il discorso aveva camminato un po’ per la stanza, senza mai uscire dalla visuale di Benjamin, come se non volesse essere perso di vista.
Benjamin lo aveva seguito in questo su andare e venire, partire e tornare, senza sosta dalla sua posizione. Ogni dettaglio di quell’uomo, di quel luogo e di quel lavoro sembravano urlargli di scappare, che era una qualche trappola. Che presto si sarebbe ritrovato narcotizzato su un tavolo di laboratorio, dissezionato, forse per creare una tintura blu per i suoi vestiti che fosse abbastanza intensa. O magari invischiato in un qualche lavoro porta a porta in cui doveva convincere zia Concetta di 85 anni a comprare un robot aspirapolvere per il suo monolocale di 38 metri quadrati.
Nonostante tutto, però, sapeva che non aveva molto altro lì fuori, che se perdeva quel treno, tanto valeva smettere provare.
“Va bene, signor Zentien. Le confesso che sono un po’ perplesso da tutto ciò,” disse guardandosi attorno, “ma sono lieto di poter provare questo lavoro. Quando posso iniziare?”
Il volto dell’uomo elegante esplose per un momento di felicità e osò un singolo applauso di giubilo. Il suono che produsse era strano però, profondo, come un riverbero nell’acqua. “Molto bene signor Benjamin, ero sicuro che lei non mi avrebbe deluso! Possiamo iniziare subito, mi dia solo un momento.”
Zentien si rimise i guanti con estrema calma, stringendo e allargando le dita più volte per assicurarsi che aderissero alla perfezione. Poi si avvicinò alla poltrona e raccolse il cilindro, lo posizionò sulla testa e si guardò sullo specchio appeso proprio accanto alla poltrona.
“Molto bene!” Esclamò ancora Zentien guardando Ben con quel suo perenne sorriso. Poi si avvicinò al mobile profondo sotto la finestra esterna, aprì la parte superiore che rimaneva ferma in alto con due pistoni. Dall’interno tirò fuori un pacco di carta gialla che tenne con una sola mano, mentre richiudeva il mobile.
“Questo è ciò che dovrà consegnare, signor Ben, prenda pure” gli passò il pacco. Era leggero e non presentava etichette di alcun tipo. Benjamin provò a girarlo per controllare il fondo, ma l’altro lo fermò subito.
“Cerchi di mantenerlo sempre nella posizione in cui glielo consegno, per sicurezza.” Gli spiegò Zentien, rimettendo il pacco al suo posto.
“Dovrebbe metterci delle frecce allora…”
“Frecce?”
“Sì, ha presente quando ordina qualcosa online e sul pacco ci sono le frecce che indicano il senso in cui bisogna tenerlo?” Disse Ben facendo finta di disegnare una freccia sul lato del pacco.
“Ma è geniale!”
“Sì… cioè, credo di sì.” Era perplesso.
“E mi dica, lo ha inventato lei questo sistema?” Zentien sembrava sincero.
“No signore… Non so chi lo abbia inventato.”
“Certamente. Ottimo, allora me lo ricorderò per i prossimi, grazie signor Benjamin!”
“Si figuri.”
Ben guardò confuso l’uomo, ma lo seguì senza altre domande nel suo percorso verso i binari. Lo sentiva però ripetere a bassa voce: “Frecce, giustamente, delle frecce, un simbolo, per forza.”
Uscirono dalla stanza nel corridoio piccolo, poi nella sala d’aspetto e infine sui binari. Esisteva solo un binario in realtà, che partiva dal tunnel a destra e finiva in quello a sinistra. La banchina era semplice, tra alcuni mattoni spuntavano crepe e ciuffi d’erba, ma non c’era immondizia o altro. Sopra di loro un’ampia pensilina di ferro battuto li proteggeva dal sole, anch’essa sembrava ben tenuta ad un primo sguardo, ma soffermandosi si notava la ruggine crescere in vari punti. Non c’erano cartelli, solo quello per indicare il binario uno e un orologio analogico fermo alle 15:00.
“Sembra disattiva questa stazione, signor Zentien, non ci sono molti viaggiatori?” Chiese Benjamin. Stava lentamente ritrovando la sua voglia di parlare, anche se la sensazione di pericolo imminente non lo abbandonava.
“Molti pochi, almeno per ora” Zentien pescò dal taschino del gilet un orologio e controllò l’orario. “Bene il treno dovrebbe essere qui a momenti, signor Benjamin.”
“Non dovremmo fare i biglietti?” Alzò lo sguardo verso il suo viso, cercando di cogliere qualche mutamento nella sua espressione, ed effettivamente ci fu un attimo di sorpresa.
“Oh, ha ragione! Che sciocco.” Zentien si tolse il cappello, infilò una mano al suo interno e tirò fuori un biglietto. “Ecco il suo, sopra trova l’indirizzo a cui consegnare il pacco. È molto importante, non lo perda mai, non ho altre copie.”
Benjamin sorrise e prese il biglietto, leggendo distrattamente il tagliando rettangolare e giallognolo non notò niente di particolare, o meglio niente di più strano rispetto a quello che stava già vedendo.
L’orario di partenza era fissato alle 15:00, era indicato il binario uno, la stazione di partenza, ma non quella di arrivo. Al suo posto c’era un indirizzo completo di via, numero civico, una città che non aveva mai sentito nominare e il nome del destinatario. Una certa Diana Last.
“Carino il trucco del biglietto nel cappello comunque” gli disse Ben, mentre aspettavano immobili sulla banchina.
“Quale trucco?” Gli sorrise Zentien.
“Dicevo…” le parole del cinquantenne si spensero al suono di una campanella che annunciava l’arrivo del treno.
“Oh la mia parte preferita!” Zentien sembrava effettivamente contento, come in quel momento in cui Ben aveva accettato l’incarico. L’altro invece era certo che quella fosse l’annunciazione della sua morte e che dal tunnel sarebbe apparso presto un plotone di esecuzione.
Sorprendentemente, da un tunnel ferroviario uscì davvero un treno.
“Guardi signor Ben, che capolavoro!” Esclamò ad alta voce Zentien mentre il treno avanzava rumoroso e lentamente sul binario pieno di erbacce.
“Vedo…” l’uomo era confuso da quell’entusiasmo, ma osservava con attenzione quel piccolo treno bicolore, metà rosso sotto e metà bianco sopra.
“Deve sapere che è un’automotrice, un ALn 56.06 della Circumetnea, ci abbiamo messo una vita per restaurarla perfettamente ai colori originali!”
Benjamin annuì ancora, come se avesse capito anche solo una parola di quello che aveva detto. Nel frattempo l’automotrice, si era placidamente fermata sul binario di fronte a loro, aprendo le porte automaticamente.
L’interno era diviso in due metà, quelle che dovevano esse le due classi di quel piccolo treno. Zentien entrò sulla sinistra e prese posto togliendosi il cappello che pose sulle ginocchia. La poltrona era doppia, di pelle rossa, lo stesso colore acceso dell’esterno.
Ben lo seguì a ruota e prese posto accanto a lui in silenzio, tenendo ben saldo sulle gambe il pacco da consegnare. Era tutto ben curato e rifinito, in contrasto con la stazione quasi fatiscente.
“Per questa prima consegna ti seguirò io, signor Benjamin, per il futuro però farà tutto da solo” l’uomo col cappello continuava a guardare estasiato fuori dal finestrino, mentre il treno richiuse le porte e partì verso la sua destinazione.
“Certo signore, la ringrazio per questa gentilezza.”
Il treno non era illuminato ed entrando lentamente nel tunnel opposto, il buio iniziò a calare all’interno del vagone.
Pochi attimi e Benjamin si ritrovò da solo, il suono del treno scemava ovattato in lontananza, mentre il buio lo avvolgeva. Era denso, impenetrabile e poteva percepirlo sulla pelle: era freddo. Lo sentiva stringere le caviglie e salire, percorreva i suoi abiti, lambiva la gola, premeva sui timpani.
Sollevò il mento verso l’alto, come a cercare l’aria oltre la superficie dell’acqua.
“Signore…” non voleva annegare, non voleva morire lì. Poi arrivò la luce, il tunnel era finito.
Il buio iniziò ritirarsi così come lo aveva avvolto. Liberò le orecchie, poi la gola, giù tra i vestiti e via sparito.
Benjamin era piegato sul pacco e ansimava rumorosamente. Il suo cuore batteva velocemente e i polmoni si contraevano per raccogliere disperatamente ogni briciola di ossigeno.
Zentien era immobile, lo guardava placido e gli pose una mano sulla spalla. “La prima volta è sempre così per tutti, non ti preoccupare. Ti abituerai.”
Quelle parole che dovevano rassicurarlo, lo lasciarono solo ancora più terrorizzato e sconvolto. Abituarsi? Lui voleva scappare da lì, ma lì dove?
Benjamin sollevò lo sguardo sull’esterno e sulla luce quando udì il treno fermarsi. Oltre i finestrini si dipinse un quadro che non migliorò il suo stato. Una perfetta copia della stazione era apparsa oltre il tunnel, come se avessero fatto ritorno indietro e non si fossero mai mossi di lì.
“Ma siamo tornati indietro?” Benjamin si alzò di scatto, senza lasciare il pacco.
Zentien sorrise tranquillo. “No, assolutamente, si tratta di un’altra stazione.”
“Ma sono identiche!”
“Ahah!” L’uomo con il cappello rise di gusto e si mise in piedi risistemando il cappello in testa. “Ebbene, tendo ad essere un po’ ossessivo quando creo qualcosa, riesco a replicare alla perfezione ciò che faccio.”
Benjamin guardò il pacco e poi l’uomo. “Ha creato lei le stazioni e il treno?”
“Certamente, Benjamin” l’uomo stringeva le mani dietro la schiena come di consueto. Era tranquillissimo di fronte al terrore dell’altro.
“Cosa consegniamo, Zentien?”
“Cappelli, solo cappelli.”