Senza Nome

Non sono mai nata, eppure esisto.

Sono venuta al mondo per sbaglio, da una distrazione, da un momento di smarrimento, da un attimo di disattenzione. So che questo vale per tante persone e che la loro vita può essere comunque ugualmente fonte di gioia per i loro genitori e per loro stessi, ma non è questo il mio caso.

Nel mio caso non ho portato alcuna gioia a nessuno, nessun felice momento di festa. Niente fiocchi rosa, blu o di colori neutri. Niente biglietti di auguri, niente palloncini colorati, niente regali, niente gender reveal party, ma forse di questo sono grata.

La mia venuta su questa terra ha portato solo tristezza, ansia e tanti piccoli fastidi che sommati insiemi creano una perfetta tempesta. Quella che farebbe perdere la pazienza al più calmo e al più saggio.

Mio padre, se così si può definire, era quel genere di persona. Calmo, saggio, almeno a detta dei suoi amici, in grado sempre di trovare la parola giusta quando si trattava di aiutare qualcun altro, ma meno quando si trattava di aiutare sé stesso.

Fu forse per questo che sono nata, perché mio padre non era riuscito, ancora una volta, a trovare le parole giuste per risolvere i suoi problemi, invece di quelli degli altri. 

Così, dalla scelta di parole sbagliate, quel giovane uomo ha dato la vita a una figlia. Me.

Ricordo ancora quel giorno. Era inizio marzo, quell’uomo, che sarebbe stato mio padre, era al computer, come tutti i giorni ci avrebbe passato gran parte delle sue ore, prima di ritornare al letto, in un circolo senza fine fatto di lavoro, scrittura e sonno.

A interrompere quella lunga litania che cullava la sua vita, fu però il campanello. In un certo senso quel suono fu l’attimo in cui io fui concepita o comunque poco dopo.

Mio padre non è un tipo che ama ricevere visite, anzi non ne riceve mai. Ogni campanello che suona è solamente fonte di ansie, problemi e cerca di evitarli in ogni modo. Anche i pacchi che chiunque si fa consegnare a casa, lui preferisce mandarli in punti ritiro sparsi per la città: così non deve sentire suonare il suo citofono, dice lui.

Preso dallo sconforto, decise di aprire la porta e si ritrovò di fronte l’altro protagonista della mia storia. L’altro uomo a cui devo la mia particolare esistenza, se non considerabile un padre, quantomeno il medico che mi diede la vita. L’idraulico.

La casa di mio padre non è una grande magione, ma un modesto bilocale arroccato sulla cima di un palazzo, stretto tra altri palazzi e dalla cui finestra può a stento vedere un triangolo di mare. Una cella, come la chiama lui.

L’acquisto fu un impulso, ma forse anche quel gesto fu propedeutico alla mia nascita, in una lunga serie di eventi che si perde nelle pagine del tempo. 

L’idraulico apparso sulla porta era giunto con delle amare notizie su quella cella e mio padre già tremava all’idea di cosa potesse comportare quella visita inaspettata. Senza scendere troppo nei dettagli dell’idraulica e della tecnica, occorreva fare dei lavori su più case confinanti, comportando tempo e denaro da spendere, tanto denaro.

Fu forse in quel momento che iniziò il travaglio che preannunciava la mia nascita. La mia gestazione lampo stava per concludersi e potevo finalmente fare la mia comparsa sul mondo, ma come sarebbe accaduto? Non era certo una situazione come le altre, cosa mi avrebbe fatto nascere?

A farlo fu proprio l’idraulico.

L’uomo, mentre illustrava con dovizia di particolari i lunghi e dispendiosi lavori necessari, guardò il frigorifero dove campeggiava un disegno attaccato con un magnete. Si trattava di un disegno da colorare, di quelli che si trovano nei libri per bambini, che rappresentava una mietitrebbia.

Mio padre aveva regalato quel libro, con una scatola di colori, alla sua compagna. Un regalo pensato per farla ridere e rilassare quando fosse passata a passare del tempo con lui.

Fu forse quel romanticismo a darmi la vita?

Non lo so, ma l’idraulico, nel tentativo di creare una connessione emotiva e psicologica con mio padre, quello che i guru del marketing chiamerebbero bonding, gli chiese: “Che bello lo ha fatto tua figlia?”

A questo punto, di fronte all’uomo, non ancora padre, si poneva una strada semplice da percorrere. Gli era sufficiente un sorriso imbarazzato, un no sommesso e magari non sarebbe nemmeno servito altro per sbrigare quella pratica di poco conto.

Eppure non andò così.

L’uomo, decise di divenire padre. Mio padre.

“Sì.”

Disse annuendo, dandomi la vita.

In quel momento non sapevo ancora nulla di me e, onestamente, non lo so tuttora. Sono frutto di un momento di distrazione, di un attimo di smarrimento, di una bugia inconsapevole.

Nessuno poteva vedermi eppure ora ero lì, con loro, per sempre. Guardavo mio padre con una faccia dubbiosa, chiedendomi solamente: perchè?

Nel tempo spiegò a sé stesso che era distratto, spaventato dai soldi che doveva spendere e non aveva la minima idea di cosa stava dicendo. Ma in quel momento non aveva risposte per me, l’unica cosa che potevo vedere era il principio di quella bugia, il principio di quella mia esistenza involontaria.

Non sono mai nata, eppure esisto.

I lavori da svolgere erano davvero tanti e ogni sera guardavo mio padre preoccupato dei costi che, come ogni professionista un po’ truffaldino, l’idraulico faceva lievitare giorno dopo giorno.

Sarebbe riuscito a coprire le spese? Sarebbe riuscito a lavorare con il caos in casa? Sarebbe riuscito a studiare per quel concorso che non si sarebbe mai tenuto davvero? Sarebbe riuscito a fare quelle trasmissioni su quel sito online di colore viola dove parlava ogni sera di me?

Devo dire che non ho un corpo, non ho un nome, non ho un aspetto, ma sono felice quando parla di me. Forse non sono solo una bugia, anche se so che è così.

Dal momento in cui nacqui inizio una specie di timer, lungo un mese.

Ogni giorno, o quasi, nella casa di mio padre si ripeteva lo stesso incubo da cui era corso via: suonava un campanello, gente entrava nella sua casa, metteva tutto a soqquadro e se ne andava pronta a tornare l’indomani.

E ogni giorno era costretto a parlare con l’idraulico che, sempre per aumentare quel bonding, continuava a fare domande su di me. Da una parte ero lusingata, da un’altra curiosa di scoprire alcuni dettagli sul mio conto, ma dall’altra ancora preoccupata del buco che si stava scavando sotto i suoi piedi.

Fu così che a malincuore mio padre dipinse nuovi dettagli su di me.

Mia madre, a quanto pare, viveva al nord e si era separata da mio padre, portandomi via con sé, anche se di comune accordo. Occasionalmente o per le feste, io e mio papà ci potevamo finalmente rivedere, in armonia e serenità.

Dopo aver inventato una figlia, mio padre inventò una madre e moglie, una separazione e immagino un divorzio, oltre che un trasferimento al nord. Con occasionali visite nelle feste. Il quadro mi tornava e mi confortava, pur essendo solo una menzogna, ero contenta di passare le feste in armonia con la mia famiglia inesistente.

A questa immagine idilliaca l’idraulico però non sembrava essere convinto. Non che avesse notato la montagna di cazzate raccontate dal mio giovane papà, ma perchè non combaciava con la sua idea di vita.

Fu così che io, mio papà e la mamma immaginaria separata iniziammo a sopportare un mese di consigli di vita, lezioni su come accudire i figli, atti di mascolinità tossica e trucchi su come evadere il fisco. Non sono certa di cosa sia il fisco, ma sembrava qualcosa di importante.

Il tutto forse mi faceva preferire essere una bugia.

E mio padre comunque non mollò mai.

Per un mese la sua bugia andò avanti, arricchendosi di sottili sfumature, che non cercava davvero lui. L’idraulico era piuttosto loquace e poneva costantemente domande, a cui mio padre rispondeva sempre e solo sì.

Ma sapevo che non poteva durare, sapevo che non potevo esistere in questo modo, che non potevo essere una menzogna. Prima o poi qualcosa sarebbe saltato, un dettaglio, un elemento, qualcosa della mia storia doveva venire a galla e puff, sarei sparita, tornando ad essere nulla.

E quel momento giunse.

Ero lì, ancora con mio padre a guardare i lavori del bagno quasi alla fine. Eravamo tranquilli, vedevamo il tunnel in fondo a quel mese di bugie e molestie. Ce l’avevamo quasi fatta, la catena di bugie stava per terminare, se non fosse stato per l’idraulico.

Ricordo ancora la sua testa calva, la barba sfatta, la sigaretta penzolante dalle labbra e la sua domanda: “E me la fai vedere una foto della bambina?”

Era finita, sarei svanita. Non avrei avuto più un padre, una madre, due case, il natale in famiglia, i viaggi dal nord al sud e dal sud al nord. Il mio castello di carte sarebbe caduto, so che era finto, ma era tutto ciò che avevo e volevo poterlo tenere con me.

E mentre mi disperavo a questa idea, fu ancora una volta mio padre a salvarmi, a farmi nascere, forse di nuovo.

Prese il telefono con fare indifferente e mostrò una foto della sua cugina più piccola, un batuffolo biondo di pochi anni.

Beh, tutto sommato ero carina.

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