Una festa

Il suono della pioggia ticchettava con furia sulla finestra. Le piccole gocce, mosse dal vento impetuoso, sbattevano con tale frenesia da sembrare il disturbo di una radio, come quella che lei teneva sul tavolo.

Una voce calma e distorta proveniva dall’apparecchio e riempiva una stanza illuminata da una flebile luce gialla. La lampada, in un angolo, proiettava ombre nette: sul letto sfatto affiancato alla parete, sul comodino al suo fianco coperto di libri, sui fogli ammassati sulla scrivania dall’altro lato sotto la finestra, sul suo viso di una donna.

Era seduta ad un tavolo tondo, ampio. Di fronte a sé un piatto di pasta, una bottiglia di vino, un calice e la radio.

I lunghi capelli neri le scendevano lisci accanto alle tempie, dietro le orecchie e fino alle spalle. La fronte alta e il naso aquilino le davano un’aria austera, bilanciata però dalla tuta nera che indossava perennemente in casa.

Accanto al piatto aveva appoggiato il telefono. Attendeva una chiamata, un messaggio, un segno, ma nulla sarebbe giunto, lo sapeva fin troppo bene. Aveva ripetuto quel copione nella sua testa più e più volte.

Riempì il calice con altro vino e riprese a mangiare, buttando giù un sorso tra un boccone e l’altro.

Alle sue spalle c’era una porta aperta verso la cucina, non era una casa grande e tutto si riassumeva in un paio di stanze, predisposte per la sua vita, che veniva narrata dai suoi oggetti personali. 

Appese alle pareti facevano bella mostra alcune stampe posizionate con rigore geometrico: piante, animali, parti anatomiche, architettura, tutto in bianco e nero. C’erano i bicchieri accatastati sul lavello della cucina, troppi per lei, troppi per la sua vita sociale, ma comunque un peccato da buttare via: quello con i cartoni animati sbiaditi, quelli presi da Ikea, quello smussato, la coppia di bicchieri insolitamente stretti, quello blu. C’erano una console e alcuni videogiochi, posizionati su una mensola vicino al letto, per perdersi quando non aveva voglia di uscire o bere. C’erano i pesi che aveva acquistato per allenarsi in casa, appoggiati su quella sedia di design che le aveva regalato il padre e che la faceva sempre ridere. Aveva un bel culo. 

La voce alla radio continuava il suo programma, ora discuteva della situazione economica e di come l’instabilità geopolitica avesse portato l’oro ai massimi storici. Mentre sentiva quella frase, lei stava bevendo e i suoi occhi scuri si posarono sull’anello d’oro che aveva alla mano sinistra, poggiata sul tavolo. Era un regalo della persona da cui aspettava un cenno di vita, qualsiasi segno di considerazione.

Non aveva pietre e non era molto pesante, ma magari ci avrebbe ricavato qualcosa.

Si sfilò l’anello e lo appoggiò con lentezza sulla superficie di legno del tavolo. Ne guardò l’ombra, mentre altro vino le scendeva lungo la gola. Prima ancora di accorgersene la bottiglia era praticamente vuota e lo capì quando la prese in mano per versare un altro bicchiere.

Sorrise e ripose la bottiglia, vicino all’anello. 

Con un po’ troppa spavalderia o forse ingenuità, si mise in piedi e la stanza divenne una delle tante giostre di paese della sua adolescenza. Le pareti vorticavano e così il pavimento, uniti in un’unica danza la cui sola musica era la voce di un vecchio economista di 85 anni prossimo alla serena dipartita.

Sapeva che non le rimaneva molta autonomia, dunque afferrò il telefono dal tavolo e si lanciò nel lungo percorso di quattro passi che l’avrebbe condotta al letto singolo. 

Le possibilità di successo di quella spedizione non erano molto alte. In altre occasioni le era capitato di bere troppo in solitaria, finendo per dormire sul tavolo, sul tappeto accanto al letto, in cucina, nel corridoio di ingresso. Insomma un po’ ovunque, tranne che a letto.

Questa volta però ce l’avrebbe fatta e dopo due passi incerti, un salto ben calibrato la portò direttamente sul letto con il volto nel cuscino fresco e pulito. 

I suoi occhi erano chiusi, il nero delle sue palpebre era più calmo, sicuro e certamente meno vorticoso del mondo lì fuori. Sospirò sollevata dalla riuscita della sua spedizione, quasi meglio della 33.

La mano destra teneva ancora il telefono e lo avvicinò al suo voltò. Accese lo schermo e aprì gli occhi per lasciarsi stordire dalla luce blu: nessun messaggio, solo lo sfondo di quel quadro che aveva visto ad una mostra due mesi prima.

Stava per spegnerlo e lasciarsi andare nel sonno, con la speranza che il vomito l’avrebbe soffocata, ma il telefono iniziò a suonare. Apparve un nome, era la sua amica che la chiamava, probabilmente per uscire. Effettivamente non era poi così tardi ed era sabato sera.

Rispondere non era la mossa più saggia in quel momento, dunque lo fece.

“Robertaaaaa” la voce dell’amica inondò la stanza, sovrastando l’economista ottuagenario.

“Cristo…” Roberta imprecò per il dolore di quell’urlo che le devastò la testa.

“Pronto? Ci sei?”

“Sì, sono qui, mi senti” rispose lei cercando di non fare sentire troppo la sua sbronza.

“Dove diamine sei?” Chiese l’amica, come se avesse dimenticato qualcosa di vitale importanza.

“A casa, dove vuoi che sia?”

“Ma come a casa, e la festa?”

“Che festa?”

“Ma hai bevuto? La festa per la partenza di Eleonora.”

Roberta si rigirò nel letto e si passò una mano sulla fronte. “Ah già, niente, non credo di farcela…”

“Che palle che sei, che le dico ora?”

Roberta sospirò esausta. “Ma che le devi dire? Nemmeno si accorgerà che non ci sono, se ti chiede qualcosa le dirai che sono stata male… Cosa vera tra l’altro, aspetta in linea che devo un attimo vomitare.”

Lasciò il telefono sul letto con l’amica ancora in linea. Sbattendo tra un muro e l’altro raggiunse il bagno, alzò la tavoletta del wc e donò anche a lui un po’ del costoso vino appena scolato. Passarono diversi minuti facendo la spola tra il vaso e il lavandino, poi lentamente tornò a letto.

Si era quasi dimenticata della chiamata aperta o forse sperava che l’amica avesse chiuso nel frattempo.

“Pronto? Oh, ci sei ancora?” Disse al telefono. Nessuno rispondeva ma sentì una voce che conosceva fin troppo bene, sembrava parlare con la sua amica e la invitava a casa sua dopo la festa.

Chiuse il telefono e ammirando ancora una volta il quadro di sfondo lo spense.

Appoggiò la testa sul cuscino e sospirò, mentre un leggero sorriso la condusse al sonno.

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